Documenti della Chiesa

venerdì 6 giugno 2025

Enciclica "DIVINUM ILLUD MUNUS" di Leone XIII sullo Spirito Santo.


In occasione della festa di Pentecoste prendiamo spunto per approfondire il tema dello "Spirito Santo". Lo facciamo partendo da una meravigliosa Enciclica di papa Leone XIII sullo Spirito Santo.

Approfittiamo per rimandare alla sezione del Blog in cui sono raccolti alcuni importanti documenti della Chiesa che possono essere utili per l'approfondimento, la riflessione e la meditazione. 

Buona lettura!


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ENCICLICA

“DIVINUM ILLUD MUNUS”

DEL SOMMO PONTEFICE LEONE XIII

“SULLO SPIRITO SANTO”


AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE LEONE PP. XIII SERVO DEI SERVI DI DIO  VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE.

La divina missione, che Gesù Cristo ricevette dal Padre per la salvezza del genere umano, e che egli ha perfettamente compiuto, come fu rivolta quasi ad ultimo fine, a dare agli uomini la vita di gloria nella beata eternità, così nel corso del tempo fu intesa a partecipare e coltivare in essi la vita della divina grazia, perché poi fiorisse nella vita celeste. Perciò il Redentore medesimo pieno di benignità non cessa mai di invitare tutti gli uomini di ogni nazione e di ogni lingua al seno dell’unica sua chiesa: "Venite a me tutti; Io sono la vita; Io sono il buon pastore". Tuttavia secondo i suoi altissimi progetti non volle compiere da sé solo nel mondo questa missione, ma come egli l’aveva ricevuta dal Padre, così lasciò che lo Spirito Santo la conducesse a termine, Ed è sempre dolce ricordare quelle parole, che Cristo poco prima di lasciare la terra disse ai suoi discepoli: "È bene per voi che io vada, perché se non andrò, non verrà sopra di voi il Paraclito; ma se andrò, ve lo manderò" (Gv 16,7). In queste parole egli diede come principale ragione della sua partenza e del suo ritorno al Padre, soprattutto l’utilità per i suoi cari che deriverà dalla venuta dello Spirito Santo, ed essendo egli che lo manda, dimostra in tal modo anche da sé procede come dal Padre e che lo stesso Spirito, come avvocato, come consolatore e come maestro, avrebbe compiuto nel mondo l’opera da sé cominciata. Vale a dire il compimento della redenzione era giustamente riservato alla virtù molteplice e ammirabile di questo Spirito, che nella creazione aveva "ornato i cieli" (Gb 26,13) e "riempita la terra" (Sap 1,7),  Orbene, sulle tracce del Salvatore, principe dei pastori e vescovo delle anime nostre, Ci siamo studiati di camminare sempre anche Noi, aiutati dalla divina grazia, continuando la sua missione, affidata dapprima agli apostoli e in particolare a Pietro, "la cui dignità non vien meno neppure in un erede indegno". Da tal fine mossi in tutti gli atti del Nostro ormai lungo pontificato a due cose abbiamo mirato e miriamo principalmente: alla restaurazione cioè della vita cristiana nella famiglia e nella società, nei prìncipi e nei popoli, perché solo Cristo è la vera vita di tutti, e al ritorno dei dissidenti alla chiesa cattolica, perché è questa la volontà di Cristo, che si abbia un solo ovile sotto un solo pastore. Ora pertanto che Ci sentiamo vicini al termine della Nostra vita mortale, Ci piace affidare in particolar modo l’opera Nostra, qualunque sia stata, allo Spirito Santo, che è vita e amore, perché egli la maturi e la fecondi. E per un più felice risultato nel desiderato fine, avvicinandosi la solennità della Pentecoste, vogliamo parlarvi dello Spirito Santo, dell’azione cioè che egli esercita nella chiesa e nelle anime col dono dei suoi superni carismi. In tal maniera sarà ravvivata e rinvigorita, come Noi ardentemente desideriamo, la tede nel mistero augustissimo della Trinità e in particolare accresciuta e alimentata la pietà verso questo divino Spirito, al quale vanno tanto debitori tutti coloro che seguono la via della verità e della giustizia, mentre, come notò san Basilio, "tutta l’economia ordita dalla divina bontà intorno all’uomo, se fu eseguita dal nostro Salvatore e Dio Gesù Cristo, fu però portata a compimento per grazia dello Spirito Santo". 

E prima di entrare nel tema proposto, Ci piace ed è utile soffermarci un po’ sul mistero della Triade sacrosanta. Questo mistero è chiamato dai sacri dottori "sostanza del nuovo testamento", cioè il mistero dei misteri, principio e fine di tutti gli altri, per conoscere e contemplare il quale furono creati in cielo gli angeli, in terra gli uomini, mistero adombrato già nell’antico testamento e più tardi più chiaramente insegnato da Dio stesso, venuto a bella posta dagli angeli fra noi: "Nessuno ha mai veduto Dio, l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre l’ha rivelato" (Gv 1,18). Chiunque pertanto si metta a scrivere o parlare di sì grande mistero abbia sempre davanti agli occhi l’ammonimento dell’Angelico; "Quando si parla della Trinità, conviene farlo con prudenza e umiltà insieme, perché, come dice Agostino, in nessun’altra ricerca intellettuale è maggiore o la fatica o il pericolo di sbagliare, o il frutto se si coglie nel vero". E il pericolo sta in ciò che nella fede e nella pietà non si confondano le divine Persone, e non si moltiplichi l’unica natura mentre "la fede cattolica ci insegna a venerare un solo Dio nella Trinità e la Trinità in un solo Dio" [Simbolo "Quicumque"; Denz 75]. Perciò il Nostro predecessore Innocenzo XII respinse le istanze di coloro, che domandavano una festa propria in onore del Padre, e se vi sono dei giorni consacrati ai vari misteri compiuti dal Verbo incarnato, non c’è però una festa speciale per il Verbo, solo in quanto Persona divina; e la Stessa antichissima solennità di Pentecoste non riguarda lo Spirito Santo, come spirato dal Padre e dal Figlio, ma piuttosto ricorda il suo avvento, o esterna missione. 

E tutto ciò fu sapientemente ordinato per non dare occasione a moltiplicare la divina essenza col distinguere le Persone. Anzi la chiesa, per mantenere nei suoi figli la purezza della fede, volle istituita la festa della Trinità, resa poi universale dal pontefice Giovanni XXII; alla santissima Trinità ha lasciato innalzare altari e templi e, dopo una celeste visione, ha anche approvato per la redenzione degli schiavi un ordine religioso ad onore e col titolo della santissima Trinità. S’aggiunga a ciò come il culto tributato ai santi, agli angeli, alla vergine Madre di Dio, a Cristo, ridonda tutto e s’incentra nella Trinità; non v’è preghiera rivolta a una delle tre divine Persone, dove non si faccia menzione anche delle altre; nelle litanie, invocate distintamente le tre Persone, si conclude con un’invocazione comune; i salmi, gli inni hanno tutti la stessa dossologia al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo; le benedizioni, i riti, i sacramenti s’accompagnano e s’amministrano implorando la Trinità. Ma a tutto questo alludeva già l’apostolo in quella sentenza: "Poiché da Dio, per Dio, in Dio sono tutte le cose, a Dio sia gloria per tutti i secoli" (Rm 11,36), esprimendo così la trinità delle Persone e l’unità dell’essenza, la quale essendo in tutte la medesima fa sì che si debba a ciascuna, come al solo e medesimo Dio, la stessa gloria eterna. S, Agostino commentando le citate parole scrive: "Non si deve prendere indistintamente ciò che l’apostolo distingue dicendo: da Dio, per Dio, in Dio; con la prima frase significa il Padre, con l’altra il Figlio, con l’ultima lo Spirito Santo". 

Di qui l’uso nella chiesa di attribuire al Padre le opere della potenza, al Figlio quelle della sapienza, allo Spirito Santo quelle dell’amore. Non già perché non siano comuni alle divine Persone tutte le perfezioni e tutte le opere esterne; infatti "sono indivise le opere della Trinità come ne è indivisa l’essenza", poiché, come le tre divine Persone "sono inseparabili, così anche operano insieme", ma per una certa relazione e quasi affinità che passa fra le opere esterne e il carattere proprio di ciascuna Persona, più all’una che alle altre si attribuiscono o, come dicono, si appropriano: "Come noi - sono parole dell’Angelico - ci serviamo delle creature quasi di segni e di immagini per manifestare le divine Persone, così facciamo degli attributi divini, e tale manifestazione tolta dai divini attributi si dice appropriazione" (Summa theol. I, q. 39, a. 7). In tal modo il Padre, che è "il principio della Trinità", (S. Agostino, De Trinitate, I. IV, c. 20; PL 42, 906) è anche causa efficiente di tutte le cose, dell’incarnazione del Verbo, della santificazione delle anime, "da Dio sono tutte le cose"; da lui, a causa del Padre. Il Figlio poi, Verbo e Immagine di Dio, è causa esemplare per cui tutte le cose hanno forma e bellezza, ordine e armonia, egli, come via, verità e vita, ha riconciliato l’uomo con Dio, "per lui sono tutte le cose"; per lui, a causa del Figlio. E lo Spirito Santo è di tutto la causa finale, perché come nel suo fine la volontà e ogni cosa trova quiete, così egli che è la bontà e l’amore del Padre e del Figlio, da impulso forte e soave e quasi l’ultima mano all’altissimo lavoro dell’eterna nostra predestinazione, "in lui sono tutte le cose"; in lui, a causa dello Spirito Santo. 

Osservati dunque rigorosamente gli atti di fede e di culto dovuti all’augustissima Trinità, cosa non mai abbastanza inculcata al popolo cristiano, volgiamo il Nostro discorso all’efficacia propria dello Spirito Santo. 

E dapprima giova dare uno sguardo a Cristo fondatore della chiesa e redentore del genere umano, L’incarnazione del Verbo è l’opera più grande che Dio abbia mai compiuto fuori di sé, alla quale con-corsero tutti i divini attributi, in modo tale che non è possibile anche solo immaginarne una maggiore, ed è in pari tempo l’opera per noi più salutare. Ora un sì grande prodigio, benché compiuto da tutta la Trinità, tuttavia si ascrive come proprio dello Spirito Santo, onde dice il Vangelo che la concezione di Cristo nel grembo della Vergine fu opera dello Spirito Santo: "Si trovò incinta per opera dello Spirito Santo", e "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1,18.20): e a buon diritto, perché lo Spirito Santo è la carità del Padre e del Figlio, e il "grande mistero della divina bontà" (1Tm 3,16), che è l’incarnazione, fu causato dal suo immenso amore per l’uomo, come accenna san Giovanni: "Dio ci ha amati a tal segno da darci l’unigenito suo Figlio" (Gv 3,16). Si aggiunga che per tal fatto la natura umana fu sollevata alla dignità d’essere unita personalmente al Verbo, non per meriti che avesse, ma per pura grazia, che è dono proprio dello Spirito Santo: "Questa maniera - dice sant’Agostino - con cui Cristo fu concepito per opera dello Spirito Santo ci fa vedere la bontà di Dio, giacché la natura umana senza meriti precedenti nel primissimo istante fu unita alla persona del Verbo così intimamente che il medesimo fosse e figlio di Dio e figlio dell’uomo". Né solo il concepimento di Cristo, ma anche la santificazione dell’anima sua, o "unzione", com’è detta nei libri santi (At 10,38), fu compiuta dallo Spirito Santo, come pure ogni sua azione "era come sotto l’influsso dello stesso Spirito" che in particolar maniera cooperò al suo sacrificio: "Cristo per mezzo dello Spirito Santo si offrì vittima innocente a Dio" (Eb 9,14). 

Dopo ciò qual meraviglia che tutti i carismi dello Spirito Santo inondassero l’anima di Cristo? In lui una pienezza di grazia propria di lui solo, cioè nella massima misura ed efficacia a tutti gli effetti, in lui tutti i tesori della sapienza e della scienza, le grazie date gratuitamente, le virtù, i doni tutti, preannunciati da Isaia (Is 4,1; 11,2-3) e simboleggiati in quella colomba miracolosa, apparsa sul Giordano, quando Cristo col suo battesimo ne consacrava le acque per il nuovo sacramento. E qui ben nota sant’Agostino che "Cristo non ricevette lo Spirito Santo all’età di trent’anni, ma quando fu battezzato, era senza peccato e aveva già lo Spirito Santo; solo nell’atto del battesimo prefigurò il suo corpo mistico, che è la chiesa, in cui i battezzati ricevono in special modo lo Spirito Santo". Dunque l’apparizione sensibile dello Spirito Santo su Cristo e la sua azione invisibile nell’anima di lui figurano la duplice missione dello Spirito Santo, visibile nella chiesa e invisibile nell’anima dei giusti. 

La chiesa concepita e uscita già dal cuore del secondo Adamo come addormentato sulla croce, apparve al mondo la prima volta in modo solenne il giorno della pentecoste con quell’ammirabile effusione che era stata vaticinata dal profeta Gioele (cf. 2,28-29), e in quel dì medesimo si iniziava l’azione del divino Paraclito nel mistico corpo di Cristo, "posandosi sugli apostoli, quasi nuove corone spirituali, formate con lingue di fuoco, sulle loro teste". E allora gli apostoli "discesero dal monte - come scrive il Crisostomo - non già portando a somiglianza di Mosè le tavole di pietra nelle mani, ma lo Spirito Santo nell’anima spargendo tesori e rivi di verità e di carismi". 

 Così si avverava l’ultima promessa fatta da Cristo poco prima di salire al cielo, di mandare cioè di lassù lo Spinto Santo, che negli apostoli avrebbe compiuto e quasi suggellato il deposito della rivelazione: "Io ho ancora molte cose da dirvi, ma adesso non le intendereste; lo Spirito di verità, che vi manderò io, vi insegnerà tutto" (Gv 16,12-13). Lo Spirito Santo infatti, che è spirito di verità, in quanto procede dal Padre, eterno Vero, e dal Figlio, che è verità sostanziale, riceve dall’uno e dall’altro insieme con l’essenza tutta la verità, che poi a vantaggio nostro comunica alla chiesa, assistendola perché non erri mai, e fecondando i germi rivelati, finché, secondo l’opportunità dei tempi, giungano a maturazione. E poiché la chiesa, che è mezzo di salvezza, deve durare sino al tramonto dei secoli, è appunto questo divino Spirito che ne alimenta e accresce la vita; "Io pregherò il Padre ed egli vi manderà lo Spirito di verità, che resterà per sempre con voi" (Gv 14,16-17). Da lui infatti sono costituiti i vescovi, che generano non solo i figli, ma anche i padri, cioè i sacerdoti, a guidarla e nutrirla con quel sangue con cui Cristo la acquistò: 

"Lo Spirito Santo pose i vescovi al governo della chiesa di Dio, redenta col sangue di lui" (At 20,28); gli uni e gli altri poi, vescovi e sacerdoti, per singolare dono dello Spirito Santo hanno la potestà di rimet-tere i peccati, come disse Cristo agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo: saranno perdonati i peccati a quelli, ai quali voi li avrete perdonati e ritenuti a quelli, ai quali voi li avrete ritenuti" (Gv 20,22-23). E poi l’origine divina della chiesa appare in tutto il suo splendore nella gloria dei carismi, dei quali si circonda; ma questo serto ella riceve dallo Spirito santo. Per ultimo basti sapere che se Cristo è il capo della chiesa, lo Spirito Santo ne è come l’anima: "Ciò che è l’anima nel nostro corpo, lo Spirito Santo lo è nella chiesa, corpo di Cristo". 

E stando così le cose, non si può immaginare e attendere un’altra più larga e abbondante "effusione e manifestazione dello Spirito Santo", giacché ora nella chiesa se ne ha la massima e durerà sino a quel giorno in cui la stessa chiesa dallo stadio della milizia verrà assunta al glorioso consorzio nella letizia dei trionfanti. 

Ma non meno ammirabile, sebbene più difficile a intendersi, anche perché del tutto invisibile, è l’azione dello Spirito Santo nelle anime. Anche questa effusione è copiosissima, tanto che Cristo medesimo, che ne è il donatore, l’assomigliò a un fiume abbondantissimo, come è registrato in san Giovanni: "Dal seno di colui che crede in me, come dice la Scrittura, sgorgheranno le sorgenti d’acqua viva"; e poi lo stesso evangelista, commentando queste parole, soggiunge: "Ciò disse dello Spirito Santo, che avrebbero ricevuto i credenti in lui" (Gv 7,38-39). È verissimo che anche nei giusti vissuti prima di Cristo vi fu lo Spirito Santo con la grazia, come leggiamo dei profeti, di Zaccaria, del Battista, di Simeone e di Anna, giacché non fu nella pentecoste che lo Spirito Santo "incominciò ad abitare nei santi la prima volta, in quel dì accrebbe i suoi doni, mostrandosi più ricco, più effuso". Erano sì figli di Dio anch’essi, ma rimanevano ancora nella condizione di servi, perché anche il figlio "non differisce dal servo", finché "è sotto tutela" (Gal. 4,1-2); e poi mentre quelli furono giustificati in previsione dei meriti di Cristo, dopo la sua venuta molto più abbondante è stata la diffusione dello Spirito Santo nelle anime, come avviene che la mercé vince in prezzo la caparra e la verità supera immensamente la figura. La qual cosa è espressa da san Giovanni là dove dice: "Non era ancora stato dato lo Spirito Santo, perché Gesù non era stato ancora glorificato" (Gv 7,39); ma non appena Cristo, "ascendendo al cielo", ebbe preso possesso del suo regno, conquistato con tanti patimenti, subito ne dischiuse con divina munificenza i tesori, "spargendo sugli uomini i doni" dello Spirito Santo (Ef 4,8); "non già che prima non fosse stato mandato lo Spirito Santo, ma certo non era stato donato come fu dopo la glorificazione di Cristo". La natura umana è essenzialmente serva di Dio: "La creatura è serva, noi per natura siamo servi di Dio"; anzi, infetta dall’antico peccato, la nostra natura cadde tanto in basso che noi divenimmo odiosi a Dio: "Eravamo per natura figli d’ira" (Ef 2,3), E non vi era forza che bastasse a rialzarci da tanta caduta, a riscattarci dall’eterna rovina. Ma quel Dio, che ci aveva creati, si mosse a pietà, e per mezzo del suo Unigenito sollevava l’uomo ad un grado di nobiltà maggiore di quella donde era precipitato. Non c’è lingua che valga a narrare questo lavoro della grazia divina nelle anime degli uomini; essi perciò nelle sacre Scritture e dai santi dottori sono detti rigenerati, creature novelle, consorti della divina natura, figli di Dio, deificati, e così via. 

Ora così ampi benefici dobbiamo riconoscerli propriamente dallo Spirito Santo. Egli è lo "Spirito di adozione di figli, per cui a Dio diciamo: Abbà, Padre"; egli ci fa sentire tutta la dolcezza di tale invocazione, "testimoniando all’anima che noi siamo figli di Dio" (Rm 8,15-16). E per spiegare ciò viene opportuna l’osservazione dell’Angelico che vi è una somiglianza tra la duplice opera dello Spirito Santo, poiché è per virtù dello stesso Spirito che "Cristo fu concepito nella santità perché fosse figlio naturale di Dio, e gli uomini sono santificati perché siano figli di Dio adottivi". E così in maniera più nobile, che non sia nell’ordine naturale, la rigenerazione spirituale è frutto dell’Amore increato. 

La quale rigenerazione o rinnovazione, per ciascuno, s’inizia nel battesimo, nel qual sacramento, cacciato dall’anima lo spirito immondo, vi discende per la prima volta lo Spirito Santo, rendendola somigliante a sé, perché "è spirito ciò che nasce dallo Spirito" (Gv 3,7). Con più abbondanza nella cresima ci viene donato lo stesso Spirito, infondendoci costanza e fortezza per vivere da cristiani, quello Spirito cioè che vinse nei martiri, trionfò nei vergini sulle illecite passioni. E abbiamo detto che lo Spirito Santo dona se stesso, "diffondendo Dio nei nostri cuori la carità per lo Spirito Santo che ci è dato" (Rm 5,5); infatti non solo da a noi doni divini, essendo egli degli stessi doni l’autore, ma per giunta egli stesso è il primo dono, procedendo dal mutuo amore del Padre e del Figlio, "il dono di Dio altissimo". 

E per capire meglio la natura e gli effetti di questo dono, conviene richiamare ciò che insegnano sulla scorta delle divine Scritture i sacri dottori, e cioè che Dio si trova in tutte le cose "per la sua potenza, con la sua presenza e con la sua essenza, in quanto egli tiene tutto a sé soggetto, tutto vede, di tutto è la causa prima". Ma nella creatura ragionevole Dio si trova in un’altra maniera; cioè in quanto è conosciuto e amato, giacché è anche secondo natura amare il bene, desiderarlo, cercarlo. Da ultimo Dio per mezzo della sua grazia sta nell’anima del giusto, in un modo più intimo e ineffabile, come in un suo tempio, donde deriva quell’amore vicendevole, per cui l’anima è intimamente a Dio presente, è in lui più che non soglia farsi fra dilettissimi amici e gode di lui con una piena soavità. 

Ora questa unione, che propriamente si chiama "inabitazione", la quale non nell’essenza, ma solo nel grado differisce da quella che fa i beati in cielo, sebbene si compia per opera di tutta la Trinità, "con la venuta e dimora delle tre Persone nell’anima amante di Dio" (Gv 14,23), tuttavia allo Spirito Santo si attribuisce. Giacché anche negli empi il Padre e il Figlio dimostrano la loro potenza e sapienza, ma lo Spirito Santo, il cui carattere personale è la carità, non può dimorare che nel giusto. Si aggiunga che a questo Spirito si dà l’appellativo di Santo, anche perché, essendo il primo ed eterno Amore, ci muove e spinge alla santità, che in fine consiste nell’amore di Dio. Perciò i buoni, che pure dall’apostolo sono detti templi di Dio, non sono mai chiamati espressamente templi o del Padre, o del Figlio, ma dello Spirito Santo: "Non sapete voi che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo, che abita in voi, avendolo ricevuto da Dio?" (1Cor 6,19). 

Inoltre lo Spirito Santo, abitando nelle anime pie, reca con sé molti altri doni celesti. Infatti "lo Spirito Santo - è dottrina dell’Aquinate - procedendo con Amore, è anche il primo dono; perciò dice Agostino, che per mezzo di questo che è lo Spirito Santo, molti altri doni sono distribuiti alle membra di Cristo". 

Sono fra questi doni quelle arcane ispirazioni e inviti che si fanno sentire nella mente e nel cuore per impulso dello Spirito Santo, dai quali dipende l’inizio della buona strada, l’avanzamento in essa, la salvezza eterna. E poiché queste voci e ispirazioni ci arrivano per vie occulte, nelle sacre pagine sono alcune volte assimilate alle vie del vento; e l’angelico maestro le paragona bellamente ai movimenti del cuore la cui virtù è tutta nascosta: "II cuore ha una tal quale influenza occulta, onde al cuore è assomigliato lo Spirito Santo, che in maniera invisibile vivifica la chiesa". 

Inoltre il giusto che già vive la vita di grazia e opera con l’aiuto delle virtù, come l’anima con le sue po-tenze, ha bisogno di quei sette doni che si dicono propri dello Spirito Santo. Per mezzo di questi l’uomo si rende più pieghevole e forte insieme a seguire con maggiore facilità e prontezza il divino impulso; 

sono di tanta efficacia da spingerlo alle più alte cime della santità, sono di tanta eccellenza, da rimanere intatti, benché più perfetti nel modo, anche nel regno celeste. Con questi doni poi lo Spirito Santo ci eccita e ci solleva all’acquisto delle beatitudini evangeliche, che sono quasi fiori sbocciati in primavera, preannuncianti la beatitudine eterna. Infine sono soavissimi quei frutti elencati dall’apostolo (cf. Gal 5,22), che lo Spirito Santo produce e dona ai giusti anche in questa vita mortale, frutti pieni di dolcezza e di gusto, quali s’addicono allo Spirito Santo "che nella Trinità è la soavità del Padre e del Figlio e riempie d’infinita dolcezza tutte le creature".   E così questo divinissimo Spirito, procedente dal Padre e dal Figlio nell’eterno lume della santità come amore e come dono, dopo essere apparso in figura nell’antica alleanza, effondeva la pienezza dei suoi doni in Cristo e nel suo mistico corpo, la chiesa, e con la presenza e con la sua grazia richiamava gli uomini dalla via dell’iniquità, tramutandoli da carnali e peccatori in nuove creature spirituali e quasi celesti. 

Ed ora, essendo così grandi i benefici ricevuti dall’infinita bontà dello Spirito Santo, dobbiamo per gra-titudine rivolgerci a lui, pieni d’ossequio e di devozione: e ciò si otterrà se gli uomini cercheranno di conoscerlo, amarlo, pregarlo ogni giorno più, al che Noi li esortiamo paternamente. 

Forse non mancano ai nostri giorni di quelli, che se fossero interrogati, come una volta certuni dall’apostolo Paolo, se avessero ricevuto lo Spirito Santo, risponderebbero anch’essi: "Noi non sappiamo neppure se lo Spirito Santo esiste" (At 19,2); oppure, se l’ignoranza non giunge tant’oltre, certo in una gran parte è scarsa la cognizione che se ne ha; ne hanno sì sempre sulle labbra il nome, ma la loro fede è molto caliginosa. 

Perciò si ricordino i predicatori e i parroci che è loro dovere spiegare diligentemente al popolo la dottrina cattolica sullo Spirito Santo, schivando le questioni ardue e sottili ed evitando quella stolta curiosità, che presume d’indagare su tutti i segreti di Dio. Si dilunghino piuttosto a spiegare chiaramente i molti e grandi benefici che ci sono venuti e continuamente ci vengono da questo divin Donatore, dissi-pando così ogni errore o ignoranza, che tanto sconviene ai "figli della luce". E ciò Noi inculchiamo non solo perché si tratta di un mistero che direttamente ci ordina alla vita eterna, e perciò dev’essere creduto fermamente ed espressamente, ma anche perché un bene, quanto più intimamente e chiaramente è conosciuto, tanto più fortemente si ama. 

Noi dobbiamo amare lo Spirito Santo, ed è questa l’altra cosa che vi raccomandiamo, perché lo Spirito Santo è Dio, e noi dobbiamo "amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze nostre" (Dt 6,5), E poi egli è il sostanziale, eterno e primo Amore, e non vi è cosa più amabile dell’amore; tanto più poi dobbiamo amarlo, per gli immensi benefici ricevuti, i quali se sono da una parte testimonianza dell’affetto di chi li fa, sono dall’altra richieste di gratitudine da chi li riceve. E questo amore reca due non piccoli vantaggi. Anzitutto ci spinge ad acquistare una conoscenza sempre più chiara dello Spirito Santo, perché "chi ama - come dice l’Angelico - non è contento di una qualunque notizia dell’amato, ma si sforza di penetrare nelle cose sue più intime, come è scritto dello Spirito Santo che, essendo l’Amore di Dio, scruta le cose divine anche più profonde". L’altro vantaggio è di aprire sempre più largamente l’abbondanza dei suoi doni, perché come la freddezza chiude la mano del donatore, così al contrario la riconoscenza l’allarga. Perciò soprattutto è necessario che tale amore non consista solo in aride speculazioni e in ossequi esteriori, ma dev’essere operoso, fuggendo il peccato, con cui si fa allo Spirito Santo un torto speciale, Giacché quanto noi siamo e abbiamo, tutto è dono della divina bontà, che viene attribuita soprattutto allo Spirito Santo; orbene il peccatore l’offende mentre è beneficato, abusa per offenderlo dei doni ricevuti, e perché egli è buono, prende ardire a moltiplicare le colpe. 

Di più, essendo lo Spirito Santo Spirito di verità, se qualcuno manca o per debolezza o per ignoranza, troverà forse scusa davanti al tribunale di Dio, ma chi per malizia impugna la verità, fa un affronto gravissimo allo Spirito Santo. E tal peccato è adesso sì frequente, che sembrano giunti quei tempi infelicissimi, descritti da Paolo, nei quali gli uomini per giustissimo giudizio di Dio accecati, avrebbero tenuta la falsità per verità e avrebbero creduto al "principe di questo mondo", al demonio bugiardo e padre di menzogna, come a maestro di verità: "Insinuerà Dio fra essi lo spirito dell’errore perché credano alla menzogna" (2Ts 2,10), e "molti negli ultimi tempi abbandoneranno la fede per credere agli spiriti dell’errore e alle dottrine dei demoni" (1Tm 4,1),  Ma poiché lo Spirito Santo abita in noi, quasi in suo tempio, come sopra abbiamo detto, ripetiamo con l’apostolo: "Non vogliate contristare lo Spirito Santo di Dio, che vi ha consacrati" (Ef 4,30). E per questo non basta fuggire tutto ciò che è immondo, ma di più il cristiano deve risplendere per ogni virtù, soprattutto della purezza e della santità, per non disgustare un Ospite sì grande, giacché la mondezza e la santità si convengono al tempio. Quindi lo stesso apostolo grida; "Non sapete che voi siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno oserà profanare il tempio di Dio, sarà maledetto da Dio; infatti santo dev’essere il tempio e voi siete questo tempio" (1Cor 3,16-17): minaccia tremenda, ma giustissima. 

Infine dobbiamo pregare lo Spirito Santo, del quale abbiamo tutti grandissimo bisogno. Siamo poveri, fiacchi, tribolati, inclinati al male, ricorriamo dunque a lui, che è fonte inesausta di luce, di fortezza, di consolazione, di grazia. E soprattutto dobbiamo chiedergli la remissione dei peccati, che ci è tanto necessaria, giacché "lo Spirito Santo è dono del Padre e del Figlio e i peccati vengono rimessi per mezzo dello Spirito Santo come per dono di Dio", e la liturgia più chiaramente chiama lo Spirito Santo "remissione di tutti i peccati". 

Sulla maniera poi d’invocarlo, impariamo dalla chiesa, che supplice si volge allo Spirito Santo e lo chiama coi titoli più cari: "Vieni, padre dei poveri, datore dei doni, luce dei cuori, consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo": e lo scongiura che lavi, che sani, che irrori le nostre menti e i nostri cuori e conceda a quanti in lui confidano il "virtù e premio", "morte santa", "gioia eterna". Né si può dubitare che tali orazioni non siano ascoltate, mentre ci assicura che "egli stesso prega per noi con gemiti ine-narrabili" (Rm 8,26). Inoltre dobbiamo supplicarlo con fiducia e con costanza perché ogni giorno più ci illumini con la sua luce e ci infiammi della sua carità, disponendoci così per via di fede e di amore all’acquisto del premio eterno, perché egli è "il pegno dell’eredità che ci è preparata" (Ef 1,14). 

Ecco, venerabili fratelli, gli ammonimenti e le esortazioni Nostre intorno alla devozione verso lo Spirito Santo, e non dubitiamo affatto che apporteranno al popolo cristiano buoni frutti in considerazione principalmente della vostra sollecitudine e diligenza. Certo non verrà mai meno l’opera Nostra in cosa di sì grave importanza, anzi intendiamo incoraggiare questo slancio di pietà nei modi che giudicheremo più adatti al bisogno. Intanto, avendo Noi, due anni or sono, col breve Provida matris raccomandato ai cattolici per la solennità di pentecoste alcune particolari preghiere per implorare il compimento della cristiana unità, Ci piace sulla stessa cosa adesso aggiungere qualche cosa di più. Decretiamo dunque e comandiamo che in tutto il mondo cattolico quest’anno e sempre in avvenire si premetta alla pentecoste la novena in tutte le chiese parrocchiali e anche in altri templi e oratori, a giudizio degli ordinari. Con-cediamo l’indulgenza di sette anni e sette quarantene per ogni giorno a quelli che assisteranno alla novena e pregheranno secondo la Nostra intenzione, l’indulgenza plenaria poi o in un giorno della novena, o nella festa di pentecoste o anche fra l’ottava, purché confessati e comunicati preghino secondo la Nostra intenzione. Vogliamo parimenti che di tali benefìci godano anche quelli che, legittimamente impediti, non possono assistere alle dette pubbliche preghiere, anche in quei luoghi nei quali queste a giudizio dell’ordinario non possano farsi comodamente nel tempio, purché in privato facciano la novena e adempiano alle altre opere e condizioni prescritte. E Ci piace aggiungere dal tesoro della chiesa che possano lucrare di nuovo l’una e l’altra indulgenza tutti coloro che in pubblico o in privato rinnovano secondo la propria devozione alcune preghiere allo Spirito Santo ogni giorno durante l’ottava di pentecoste sino alla festa della santissima Trinità inclusa, purché soddisfino alle altre condizioni sopra ingiunte. Tutte queste indulgenze sono applicabili anche alle anime sante del purgatorio. 

E ora il Nostro pensiero ritorna a ciò che dicemmo in principio per affrettarne dal divino Spirito con incessanti preghiere l’adempimento. Unite, dunque, venerabili fratelli, alle Nostre preghiere anche le vostre, anche quelle di tutti i fedeli, interponendo la mediazione potente e accettissima della beatissima Vergine. Voi ben sapete quali relazioni intime e ineffabili corrano tra lei e lo Spirito Santo, essendone la sposa immacolata. 

La Vergine con la sua preghiera molto cooperò sia al mistero dell’incarnazione sia all’avvento dello Spirito Santo sopra gli apostoli. Continui ella dunque ad avvalorare col suo patrocinio le Nostre comuni preghiere, affinchè si rinnovino in mezzo alle afflitte nazioni i divini prodigi dello Spirito Santo, celebrati già da Davide: "Manderai il tuo Spirito e saranno create e rinnovellerai la faccia della terra" (Sal 103,30). 

Intanto come auspicio dei doni celesti e pegno del Nostro affetto, impartiamo di gran cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, nel Signore l’apostolica benedizione. 

Roma, presso San Pietro, 9 maggio 1897, anno XX del Nostro pontificato. 

  LEONE P. XIII


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giovedì 29 maggio 2025

PETIZIONE LifeSiteNews: chiedere a Leone XIV di abbandonare Traditionis Custodes, liberare la Messa Tradizionale

 

Riceviamo, pubblichiamo e aderiamo.


"I fedeli che ne sono attratti non sono ribelli: sono cattolici che amano la Chiesa e vogliono adorarla come facevano i santi".
QUI per firmare la petizione.
Luigi C.


LifeSteNews, 26 maggio 2025


( LifeSiteNews ) — LifeSiteNews ha lanciato una petizione ai cattolici per chiedere che vengano revocate le restrizioni alla messa latina tradizionale.
Intitolata "Chiedete a Papa Leone XIV di abbandonare la Traditionis Custodes e di revocare tutte le soppressioni della Messa latina", la petizione prende atto delle recenti notizie da Charlotte, Carolina del Nord, in cui il vescovo Michael T. Martin ha annunciato che tutte le Messe Latine celebrate nelle chiese parrocchiali diocesane saranno sospese a partire dall'8 luglio.


"Non si tratta solo di un cambiamento di politica liturgica, ma di un vero e proprio spostamento spirituale", si legge nella petizione. "Per anni, il TLM ha prosperato a Charlotte, attirando un numero crescente di fedeli. La riverenza, la musica sacra e la continuità con secoli di tradizione cattolica hanno arricchito le parrocchie e ispirato vocazioni".
“Eppure ora, sotto l’ombra della Traditionis Custodes , queste fiorenti comunità vengono spinte ai margini, letteralmente e spiritualmente”, si legge nella petizione.
La petizione afferma che "Papa Leone XIV deve sentire dai fedeli cattolici di tutto il mondo" che "il MLT non è una minaccia all'unità", ma che "è un tesoro vivo della Chiesa".
"I fedeli che ne sono attratti non sono ribelli: sono cattolici che amano la Chiesa e vogliono adorarla come facevano i santi", continua.

In conclusione, la petizione chiede a tutti gli interessati di “sollecitare rispettosamente Papa Leone XIV ad abbandonare le ingiuste restrizioni della Traditionis Custodes e a consentire al TLM di prosperare di nuovo”.

La speranza nei confronti di Leone XIV non significa "crisi finita".


In queste prime settimane del nuovo pontificato di Leone XIV sembra sempre più netta la distinzione fra coloro che vedono in lui una perfetta continuità con Francesco e coloro che cercano di porsi in una posizione di cautela senza però nascondere un pizzico di entusiasmo.

Sembra delinearsi una divergenza sempre maggiore nel mondo della tradizione, fra coloro che contestano l'operato di questo papa, considerandolo del tutto modernista e quindi da respingere, e coloro che cercano in tutti i modi di trovare segni su cui fondare degli ipotetici cambiamenti di rotta.

Certo è che alcune scelte e alcuni discorsi di questi ultimi giorni fanno pensare che ad aver ragione siano i primi. La nomina della segretaria del dicastero per gli istituti religiosi e i continui richiami al Vaticano II e ai temi e termini tipici del pontificato di Francesco fanno giustamente pensare che il timone della nave sia rimasto pressoché nella stessa posizione.

Come già detto con altre parole in un recente articolo(Qui), credo che sia del tutto normale a mio avviso che colui che ha preso l'eredità di Francesco e in generale l'eredita dei papi post conciliari, non possa distaccarsi in un battito di ciglia dai temi tipici degli ultimi decenni della Chiesa. Questo, a mio modesto parere evidenzia con tutta ovvietà quello che tutti pensiamo, ovvero che la crisi della Chiesa non si è fermata con l'elezione di Leone XIV. Bisogna solo capire se questo pontificato abbia l'intenzione di porre rimedio oppure no.

Ci sono degli aspetti che però devono essere necessariamente presi in considerazione:

1. La Chiesa non è di origine umana, ma divina, e non la si può ne valutare ne giudicare con le logiche umane.

2. La Chiesa, intesa come popolo e corpo mistico di Cristo, in quanto di origine soprannaturale deve attingere alle virtù proprie del cristianesimo come ad esempio la virtù di speranza.

Questi due aspetti sono fondamentali per evitare due tendenze deleterie:

1. Considerare la Chiesa come un organo del tutto umano, meramente politico e materiale, soggetto alle dinamiche umane fra cui l'adeguamento del pensiero al contesto in cui opera.

2. Ridurre la Chiesa ad uno strumento di propaganda spirituale al pari di tanti altri movimenti e filosofie più o meno antiche.

Nella prima tendenza illustrata, che a noi interessa, si rischia anche in forma del tutto inconsapevole e in buona se non buonissima fede, di dimenticarsi dell'origine divina della Chiesa, pensando che qualsiasi problema interno della Chiesa debba essere risolto tramite strategie e scelte umane più o meno forti e per questo con una certa presunta efficacia. È l'errore in cui cadono quei "tradizionalisti" che sperano di vedere nel contesto odierno un papa alla "S. Pio V" combattivo contro le eresie, capace di scelte forti e autoritarie, che pur nella loro bontà oggi non porterebbero risultati, ma anzi rischierebbero di creare strappi e difficoltà peggiori di quelli attualmente in essere. Bisogna infatti tenere presente che i contesti storici cambiano, e quello che era auspicabile e fruttuoso alla fine del 1500, con grande probabilità oggi non sarebbe altrettanto fruttuoso. L'influenza del papa nel contesto sociale medioevale è drasticamente mutato rispetto all'influenza che il papa può avere oggi. Pensiamo ad esempio alla pena della scomunica, che nel contesto di uno "Stato della Chiesa" che abbracciava territori ampi e includeva ogni contesto sociale, aveva delle implicazioni gravissime sulla vita di colui che veniva condannato. Oggi non è più così; uno scomunicato viene solo escluso dalla vita della comunione ecclesiale, ma non viene estromesso dalla vita dello stato, rimanendo perfettamente inserito in un contesto sociale e a seconda del contesto, addirittura esalta chi è stato censurato con tale pena.


È del tutto evidente che la crisi della Chiesa che oggi viviamo è immutata anche dopo l'elezione di Leone XIV. Non è certamente una mozzetta rossa o il ritorno al palazzo apostolico che sanciscono un ritorno all'ortodossia della fede, ma ben altro.

Se consideriamo la Chiesa per quello che realmente è, ovvero un'opera divina, dobbiamo mettere in atto quegli strumenti soprannaturali che abbiamo a disposizione: la preghiera di intercessione, la preghiera per chiedere la protezione divina della Chiesa, e perché no, domandare anche una straordinaria effusione di Spirito Santo sul Santo Padre appena eletto. Quella cauta speranza che molti stanno dimostrando non è mossa esclusivamente dal fervore di vedere il papa vestito con mozzetta e stola pontificale, forse questo aiuta a ridare dignità alla figura del pontefice, ma non è questo il centro di questa speranza.

La speranza cristiana si fonda sulla certezza che la Chiesa non è di papa Leone come non lo era di papa Francesco, ma è di Cristo. Gridare come forsennati che papa Leone XIV non è diverso dal suo predecessore e con questo soffocare ogni briciolo di speranza lo trovo non solo contro lo spirito cristiano, ma proprio contro Cristo stesso, e contro la promessa che lui ci ha fatto, ovvero che "le porte degl'inferi non prevarranno contro di essa"(Mt.16,18).

Che papa Leone parli di Concilio, di sinodalità, di ponti da costruire, di fratellanza universale, non deve portarci a perdere la speranza, ma nello stesso tempo ci ricorda che la crisi non è finita e che oltre a dover continuare a lavorare e pregare, c'è ancora tanto da soffrire e offrire.


Fra le tante cose in continuità con Francesco rischiamo di non vedere le molte cose in discontinuità che dovrebbero alimentare la speranza. In un video del 2023 (QUI) il card. Prevost sottolineava come non sempre era d'accordo con papa Francesco, e per questo era convinto che Bergoglio non lo avrebbe mai fatto vescovo. Papa Leone nell'omelia di presa di possesso della cattedrale di S. Giovanni in Laterano ha ricordato che "la comunione  si crea in ginocchio"[1]. Non mi sembra assolutamente qualcosa da sottovalutare. Nel discorso pronunciato in occasione del Giubileo delle Chiese orientali ha dato degli elementi importanti per capire la sua visione della liturgia[2]. In merito a questa presunta discontinuità è interessante l'analisi che ha fatto il banchiere Ettore Gotti Tedeschi intervenendo sul canale YouTube "Fede & Cultura Universitas"(QUI il link del video). L'ex presidente dello IOR ha evidenziato delle profonde differenze con il pontificato di Francesco che non si fondano su caratteri esteriori, ma su dichiarazioni spesso diametralmente opposte a quelle di papa Francesco. In Particolare il banchiere ha sottolineato come papa Francesco non aveva un concetto chiaro di "dottrina sociale della Chiesa", e questo come conseguenza di una non chiara definizione di "valori non negoziabili", espressione che come detto dallo stesso Francesco, stentava a comprendere. Gotti Tedeschi evidenzia come la dottrina sociale della Chiesa e la sua missionarietà, si fondano su dei valori assoluti che non possono essere reinterpretati in un contesto sociale più o meno mutato, perché altrimenti perderebbero la loro assolutezza. La difesa della vita ad esempio non cambia con il cambiare del "sentire comune". Se non ho valori assoluti da difendere, dice il banchiere, non ho una dottrina sociale da proporre. Inoltre il concetto di missionarietà di Francesco, non era fondato sulla necessità di portare Cristo al prossimo, emblematica in questo senso è l'enciclica "Fratelli tutti" che uccide le missioni riducendole ad un assistenzialismo vuoto di verità evangelica in favore di una fratellanza fondata su qualcosa di indefinito e per questo instabile. Del resto, sottolinea Gotti Tedeschi, papa Francesco considerava il proselitismo una "solenne sciocchezza" confondendo la missionarietà con l'imposizione forzosa della fede cristiana.

Papa Leone invece, dice l'ex presidente dello IOR, ha dimostrato di avere innanzitutto un concetto cristocentrico del dialogo interreligioso e perciò della vocazione missionaria della Chiesa, il motto scelto "In Illo uno unum" (nell'unico Cristo siamo uno) sottolinea questo cristocentrismo che è alla base dell'unità. Anche la mariologia di Leone appare ben diversa da quella di Francesco per il quale Maria era ridotta a semplice "discepola". Questa mariologia così impoverita da Francesco, secondo Gotti Tedeschi, ha portato al commissariamento e alla soppressione di numerosi istituti tacciati di essere "troppo mariani".

L'interessante intervento di Ettore Gotti Tedeschi mette in luce i numerosi punti di rottura con Francesco e analizza numerosi altri aspetti, ma questi mi sembrano particolarmente interessanti per la nostra riflessione.

Dal mio punto di vista preferisco usare cautela nel gridare ai quattro venti un cambiamento radicale all'orizzonte, ma questo non toglie che ci sono degli elementi su cui fondare una buona e giustificata speranza, che non significa credere che la crisi della Chiesa sia terminata o abbia iniziato ad attenuarsi.

Credo in tutta onestà che non serve fare i cristiani "piagnoni" servono i cristiani con i calli alle ginocchia che non stiano a guardare sul sito vaticano le nomine più o meno corrispondenti ai propri gusti o alle proprie idee, ma che sappiano guidare le nomine e le scelte del papa con i propri sacrifici e le proprie preghiere. Del resto, al contrario di Francesco, questo papa sta dando dei segni positivi che quantomeno ci spronano a credere ancora che la Chiesa sia guidata da Cristo.

Non possiamo fermarci a lamentarci e credere che ormai non avremo mai un papa che risollevi la Chiesa da questa crisi così devastante in cui si trova. Abbiamo un papa che se aiutato potrebbe iniziare a lavorare per porre le basi del cambiamento, che diciamocelo, non può avvenire da un giorno all'altro.

Devo pensare che queste persone che vivono nello sconforto siano sedevacantiste? Devo credere che queste persone vivano un cristianesimo da intellettuale da YouTube? Devo pensare che queste persone che si lagnano per ogni trave nell'occhio del papa non vedano le sequoie nei propri occhi?

Per favore, se volete il bene della Chiesa e delle anime lamentatevi di meno e pregate di più... ci rivedremo (forse) dall'ortopedico a curare le ginocchia scassate dalla preghiera.

don Bastiano Del Grillo 


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[1] Cfr. OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV, Basilica di San Giovanni in Laterano, 25 maggio 2025

[2] UDIENZA AI PARTECIPANTI AL GIUBILEO DELLE CHIESE ORIENTALI, Aula Paolo VI, 14 maggio 2025

Le economie poco economiche di papa Francesco



Successivamente all'elezione di papa Francesco in molti, me compreso, hanno subito evidenziato come la scelta di Francesco di vivere a S. Marta recava un danno consistente in termini economici alle casse vaticane. Al tempo ricordo che molti ci tacciavano per complottisti, nemici del papa o gente che sparava fango gratuitamente sul Santo Padre.

Ora che papa Francesco è morto stanno venendo a galla tutte quelle cose ovvie che però nessuno vedeva, o preferiva non vedere, ma che erano sotto gli occhi di tutti, ovvero che papa Francesco più che essere povero usava i soldi per apparire povero. 

Nelle scorse settimane, diverse testate giornalistiche, fra cui "Libero Quotidiano", "HuffingtonPost", "Corriere Della Sera" solo per citarne alcune, hanno pubblicato diversi articoli nei quali si fanno notare gli enormi buchi di bilancio del vaticano, buchi che ammonterebbero a circa 70/80 milioni di euro. Con grande sorpresa (per loro e non per noi), una voce che ha destato l'attenzione riguardava proprio le spese relative alla gestione di S. Marta e di tutto l'"Amba Aradam" intorno alla residenza di papa Francesco (garanzia della sicurezza del pontefice, lavori di adeguamento, impossibilità di utilizzare il secondo piano per gli ospiti di passaggio ecc.). Quello che doveva essere un albergo si è trasformato in un sistema mangiasoldi il cui motore era proprio il "papa dei poveri e dei bisognosi".

Il rifiuto da parte di papa Francesco di vivere al palazzo apostolico cosi come evidenziato dal sito "infovaticana.com" riprendendo a sua volta un articolo de "IlTempo.it" ha portato ad un aumento vertiginoso delle spese papali (fra costi e perdite) stimate intorno a 200.000€ al mese per un totale stimato di poco meno di 30 milioni di euro in 13 anni. La residenza di S. Marta infatti ha necessitato di un aumento di numero di gendarmi e guardie svizzere per il servizio di sicurezza, adeguamento degli spazi destinati al pontefice con conseguente ristrutturazione completa per realizzare una sala di rappresentanza, una cucina, uno studio sufficientemente attrezzato ecc. Tutto questo ha portato ad occupare l'intero secondo piano della struttura alberghiera voluta da Giovanni Paolo II, e questo con un'altra conseguenza: l'impossibilità di destinare le stanze ad ospiti di passaggio con la conseguente perdita di introiti dovuti al pagamento dell'alloggio.

Secondo alcune notizie frammentarie non confermate, quando Benedetto XVI si dimise nel 2013, lasciò un debito stimato di circa 30 milioni di euro, com'è possibile allora che la "spendig review" di papa Francesco ha ottenuto l'effetto contrario? In realtà è una concatenazione di cause che ha portato a questo enorme buco, alcune già accennate fra cui il calo vertiginoso delle entrate dell'"obolo di S. Pietro".

Il capriccio di papa Francesco di vivere a S. Marta ha certamente avuto degli effetti positivi in termini di "consenso mediatico", ora mi domando: ma le persone ingannate da questa "politica della povertà" ora che sono informate degli sprechi del "papa povero" o meglio del "papa pauperista", saranno ancora in grado di dire: "ma quanto è stato bravo e umile papa Francesco che ha rifiutato il lusso?" Con quale faccia tosta continueranno a dire che era meglio Francesco rispetto a Benedetto che invece utilizzava l'oro addosso? E già perché qui non si è ancora parlato delle finanze legate alla sagrestia vaticana che ha visto buttati al macero i sontuosi e storici paramenti della basilica per fare spazio gli stracci apparentemente poveri ma costosi confezionati ex novo per la volontà pauperista di Francesco.

Come se non bastasse fonti interne al vaticano hanno fatto emergere anche come papa Bergoglio si sia rifiutato di autorizzare qualsiasi lavoro di manutenzione all'appartamento del palazzo apostolico, con conseguenze che i giornali hanno portato alla ribalta: infiltrazioni d'acqua, muffe, intonaci e lastroni di marmo caduti o in procinto di cadere ecc. Un vero e proprio disastro che evidenzia un disprezzo dei beni altrui di cui lui era amministratore e non padrone assoluto.

Cari figli miei, se una volta si diceva che non tutto quel che luccica è oro, oggi mi viene da dire che non tutto quello che è visivamente povero è realmente economico. Si racconta che papa Pio XII sotto la sua veste talare aveva le camice consunte e rattoppate dalle suore, e come lui tanti altri papi. Ma al contrario, quando lo stesso papa doveva uscire per le celebrazioni pubbliche, cosciente del suo ruolo di vicario di Cristo in terra, sembrava la "Regina di Saba", perché un conto è fingersi povero e un conto è avere uno stile di vita povero che non intacchi il prestigio del ruolo che si ricopre, sono due cose molto diverse. Quando S. Pio X ha sistemato e modernizzato l'appartamento al palazzo apostolico, lo aveva fatto proprio per dare al pontefice un luogo stabile, sicuro, accogliente, dignitoso e funzionale dove esercitare il suo ministero, ma soprattutto un luogo che non fosse economicamente esoso per le casse vaticane. L'arredamento antico e prezioso è frutto del tempo e non di acquisti indiscriminati presso avidi antiquari, un po' come accadeva spesso nelle case delle nostre nonne, dove i tanti anni trascorsi in quel luogo avevano permesso di accumulare pezzi di arredamento importanti.

Ciò che lascia l'amaro in bocca in questa vicenda è che queste "politiche di povertà" di papa Francesco erano già state denunciate da molti di noi nella loro esosità e considerate solo di facciata, cosa che adesso guarda caso, sta venendo fuori. La differenza sta nel fatto che chi denunciava questo atteggiamento ipocrita, veniva bannato come un nemico complottista del povero papa Francesco. Nemmeno avete idea quanto mi scoccia dire "avevo ragione io", ma in questo caso non posso non dirlo, e siamo solo all'inizio!

Chissà quante altre cose verranno a galla, e chissà quanti si sentiranno traditi da questo papa che loro ritenevano il migliore che ci poteva essere. Cari figli miei, aprite gli occhi!

Con l'arrivo di papa Leone finalmente il pontefice tornerà ad abitare al palazzo apostolico, speriamo sia uno dei primi segni di un ritorno ad una normalità, almeno formale per ora, e di una inversione di tendenza rispetto ad un pontificato che ha portato un disastro oltre che spirituale anche materiale.


don Bastiano Del Grillo


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giovedì 22 maggio 2025

Il papato e la politica; quando il giornalismo è fallace.


Si sente dire spesso che la Chiesa con i suoi papi ha sempre fatto politica. È vero non si può negare, ma nemmeno la trovo una cosa tanto negativa. Quello che oltremodo trovo divertente è il fatto di valutare l'elezione di un papa e il suo pontificato con le categorie politiche.

Questa riflessione, che già avevo fatto per conto mio, mi è stata sorprendentemente confermata da un personaggio politico appartenente ad uno schieramento molto lontano, e spesso anche in antitesi, alla Chiesa cattolica.

Nella trasmissione televisiva di Giovanni Floris "DiMartedì" andata in onda nei giorni scorsi, è stato ospite Fausto Bertinotti ex segretario del partito comunista, che ha detto esattamente quello su cui riflettevo anch'io, ecco le sue parole:

«secondo me la politica troppe volte trascura l'elemento spirituale, nel senso che tende a leggere la dinamica interna alla religione, in questo caso al cattolicesimo, secondo i canoni della politica, cioè quelli che lei conosce, e quindi applica [i concetti] "destra-sinistra", "conservatore-reazionario", che sono delle categorie non solo grossolane, [ma] fuorvianti, perché non consentono di andare alla radice del messaggio cristiano di cui la Chiesa è così fortemente portatrice.»


Il senso di queste parole, come dice lo stesso Bertinotti più avanti nell'intervista, è riferito alla decadenza e alla disgregazione della società e della politica, contrapposta alla solidità e alla potenza della Chiesa ad essere, o quantomeno ad apparire come "comunità" che unisce sotto un'unica bandiera (la fede) e aggrega schiere numerose di fedeli. A mio modesto parere ritengo questo discorso con i dovuti distinguo, perfettamente calzante.

Valutare ciò che accade nella Chiesa con i canoni o le procedure tipiche della politica depaupera la Chiesa e il messaggio stesso del vangelo di cui essa è promotrice. Questa operazione adombra la missione della Chiesa fino a farla sparire dietro le concezioni umane e i giochi di potere. E' vero che in tempi passati la Chiesa soprattutto in Europa, aveva un ruolo fortemente politico legato a giochi di potere, ma lo scacchiere geopolitico e le dinamiche internazionali dei tempi passati erano molto diverse rispetto ad oggi. Lo stato della Chiesa si muoveva in uno scenario che oggi è mutato, e il suo regno era spesso al pari di tanti altri regni, ma questo non deve influenzare la nostra visione su ciò che è oggi la Chiesa. Tutto questo appartiene ormai ai libri di storia e pur influenzando non identifica in tutto il ruolo profondo della Chiesa del terzo millennio.

Il fatto di aver eletto un papa statunitense viene riletto da molti giornalisti come un'operazione politica di contrasto nei confronti dell'attuale presidente USA Donald Trump. Ma la medesima cosa si diceva, con grandi similitudini, nei confronti di Giovanni Paolo II in relazione al comunismo, o di Francesco nei confronti delle politiche migratorie. Cosa si sarebbe detto se dalla loggia centrale fosse uscito il card. Pizzaballa? Probabilmente che era stato eletto il patriarca latino di Gerusalemme per dare un segno forte nel conflitto israelo-palestinese.

Ma forse questa volta la Chiesa ha pensato un po' più a sé stessa, scegliendo un nome che come al solito e come era prevedibile, non era stato preso in seria considerazione quasi da nessuno. Il fatto che sia statunitense alla fin dei conti può dire tutto o niente.

La Chiesa non sceglie in maniera democratica il suo capo, tantomeno lo sceglie secondo gli schieramenti destra-sinistra di cui giustamente parla Bertinotti. La Chiesa oltremodo non può essere divisa così alla spicciola in progressisti e conservatori perché, pur entrando nelle questioni politiche e sociali, non è affatto guidata da ideologie di stampo politico, semmai è guidata da ideologie teologiche che a volte possono essere rilette come ideologie politiche, ma che di politico hanno poco o nulla. 


Emblematici in questo discorso furono le accuse mosse da una certa politica fra gli anni '90 e i gli anni 2000 nei confronti di Giovanni Paolo II, del card. Camillo Ruini e successivamente anche di Benedetto XVI in merito al caso del fine vita, dell'aborto e dell'approvazione dei "PACS" e dei "DICO" per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Si accusava la Chiesa di far politica, quando invece non faceva altro che intervenire su argomenti che coinvolgono la morale cattolica di cui il papa e i suoi collaboratori sono chiamati per loro natura ad esserne difensori. Se difendere la vita dal suo concepimento fino alla sua fine naturale significa far politica, allora si, la Chiesa fa politica, se difendere la famiglia naturale significa far politica, allora si, la Chiesa fa politica, se difendere la dignità umana o i diritti dei lavoratori significa far politica, allora si, la Chiesa fa politica.


Cercare però di leggere le dinamiche interne della Chiesa e le sue relative scelte, in chiave sempre e solo politica rischia di portare fuori strada, e questo è dimostrato dal modo con cui i media hanno gestito la comunicazione intorno al conclave. Quasi la totalità dei giornalisti hanno fatto pronostici sui possibili papabili dando addirittura ipotetiche percentuali. Alcune testate giornalistiche hanno perfino dato dei titoli del tipo: "parolin sale, zuppi scende" come se ci fossero dei sondaggi fra il popolo elettore. Peccato però che a questi "giornalai" sfugge un particolare di non poco conto, ovvero che non è il popolo a scegliere il proprio capo spirituale. Un atteggiamento questo che fa ridere i polli e che tradisce la volontà di ricevere solo facili "click" sui loro titoli.

Il Vaticano è si uno stato, ma non si può ridurre l'opera di tutta la Chiesa al governo del singolo stato Vaticano, perché la Chiesa è tutt'altro, è un opera spirituale, ha delle logiche spirituali che si possono condividere o no, ma soprattutto la sua influenza non è circoscritta a dei confini nazionali. Se non consideriamo questo aspetto non si comprenderà mai il potere della Chiesa, che trascende il potere politico. Tale potere infatti rimarrebbe anche nel caso in cui (ed è già avvenuto) la Chiesa venisse privata totalmente del potere temporale come avvenuto dopo la presa di Roma del 1870. In quel periodo la Chiesa aveva perduto il potere temporale, ma non certo quello spirituale che continuava ad esercitare pienamente sulle coscienze dei fedeli cattolici.

La Chiesa va guardata da un'altra prospettiva, che è quella soprannaturale, come organo non solo di un governo inserito nello scacchiere politico internazionale, ma come promotrice di valori religiosi prima ancora che culturali. Valori che hanno dimostrato la loro efficacia sia in ambito sociale che in ambito politico, valori che spesso sono stati accolti e inseriti nei piani politici degli stati.

La Chiesa è questo: un faro nella notte che irradia una luce non propria ma divina, che non può essere spenta nemmeno dagli scandali provenienti dai suoi stessi membri. A questo proposito sant'Ambrogio definiva la Chiesa "casta meretrix" ovvero una casta prostituta, o come interpretano altri "santa e meretrice", ma questo non significa che il suo messaggio non sia valido, al contrario, è valido proprio perché i suoi primi destinatari sono coloro che ne fanno parte in quanto battezzati.

Campanile di S. Paolo fuori le mura
ispirato al faro del porto antico di Claudio ad Ostia.
L'idea dell'architetto Luigi Poletti era di associarlo
alla figura di S. Paolo definito "luce delle genti". 


Faro del porto antico di Claudio ad Ostia

Quando la Chiesa parla di difesa della vita, di diritti dei lavoratori, di giustizia o di verità, lo fa in riferimento al vangelo, e non ad una vaga ideologia umana o politica, e se questo è interpretato come un'ingerenza della Chiesa nella vita politica di uno stato, significa non conoscere o non aver capito nulla del vangelo di Cristo.

In conclusione sembra evidente che pur trattando temi di carattere politico, il modo di agire della Chiesa non può essere in alcun modo interpretato e circoscritto all'interno dei canoni della politica, perché questo come ampiamente dimostrato, porta fuori strada e pone in una condizione nella quale ci si inganna. In un epoca e in un occidente in cui la spiritualità è stata accantonata, a favore di un fuorviante culto dell'uomo, sembra strano pensare ad un'organizzazione che non sia solo umana e politica. Recuperare la visione di Chiesa come riferimento spirituale aiuterebbe a non cadere in errori di valutazione così grossolani, oltre che a riscoprire la vita interiore come fondamento su cui costruire una società di vera pace e concordia.


don Bastiano del Grillo


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martedì 20 maggio 2025

Da un papa di "transizione" ad un papa di "pacificazione" prime considerazioni su Leone XIV


Questo periodo è stato segnato dell'evento del conclave, che più di qualsiasi altro evento catalizza l'attenzione sia dei fedeli cattolici che di chi non crede. In questi giorni ne abbiamo sentite tante, da chi osanna questo papa a chi lo inizia subito ad attaccare.

Fino ad ora ho voluto esimermi dal formulare una qualsivoglia analisi, il motivo risiede soprattutto nella volontà di non farmi trascinare dall'emozione e dai sentimenti, ma di avere degli elementi concreti su cui costruire un'opinione più realistica possibile e meno sganciata da aspettative personali vaghe.

Ad oltre 10 giorni dall'elezione del card. Prevost al soglio pontificio, sento di avere quegli elementi sufficienti per formulare una bozza di opinione riguardo a questo pontificato che si sta aprendo, pur sottolineando che al momento tutto può variare e prendere ancora direzioni e pieghe inaspettate, infatti la frase che forse ho pronunciato più volte in questi giorni è: "aspettiamo, vedremo quello che succederà".


Il primo impatto

Appare piuttosto chiaro ed evidente che non ci si può basare sulla prima impressione che il nuovo papa ha dato di se uscendo dalla loggia centrale subito dopo l'"habemus papam", come detto prima, l'emozione non permette di avere un'idea obiettiva, tuttavia alcuni elementi esteriori parlano da soli, pur nella consapevolezza che questi elementi possono dire tutto o nulla. Vedere papa Leone affacciarsi dalla loggia con la mozzetta e la stola pontificale ha certamente ridato agl'occhi di molti fedeli l'impressione di trovarsi davanti ad "un papa", e non semplicemente ad un uomo con una talare bianca come successe con Francesco. Con questo non intendo dire che Francesco non fosse papa, ma se è vero che l'abito non fa il monaco è pur vero che il monaco lo riconosco dall'abito.

Dopo l'esperienza "franceschiana" non era scontato vedere il papa affacciarsi alla loggia con la mozzetta e la stola pontificale, in altre parole diremmo che quello che prima era del tutto normale oggi appare quasi una "rivoluzione" o un "tornare indietro". Per questo motivo ne mi entusiasma vedere il papa affacciarsi nuovamente vestito con mozzetta e stola, ma neanche mi lascia indifferente, semplicemente concludo dicendo a me stesso che Francesco non c'é più e ora c'è Leone. L'aver scelto di affacciarsi alla loggia vestito "da papa" non significa che abbiamo un papa tradizionalista ma nemmeno un progressista di quelli sfrenati.

Le prime parole che il pontefice ha pronunciato hanno colpito soprattutto perché non sono state parole vaghe pronunciate a braccio, gesto mai fatto dai suoi predecessori, il papa infatti ha scelto di scriversi quantomeno una bozza di appunti sulla quale basarsi per salutare i fedeli.


Questo gesto lo ritengo molto significativo, e lasciatemelo dire, anche molto rispettoso nei confronti dei fedeli. Il papa secondo il mio pensiero, non ha voluto lasciarsi prendere e incatenare dall'emozione, ma ha voluto che quel momento fosse come un primo atto di magistero, una sorta di programma sommario di quello che intende fare, ovvero pensare e riflettere su ogni parola del suo ministero, per evitare (a mio modesto parere) qualsivoglia confusione o mala interpretazione delle sue parole, d'altro canto l'esperienza confusionaria provocata dal suo predecessore deve necessariamente essere archiviata se non addirittura rettificata nel profondo. Con questo atto (sempre secondo la mia interpretazione) papa Leone ha voluto dirci "con me non ci sarà spazio all'improvvisazione".

Passando invece al contenuto del suo discorso, il ragionamento si fa più complesso. Il papa ha esordito con le parole di Gesù Cristo dopo la risurrezione: "la pace sia con voi". un saluto molto diverso dal "buonasera" di Bergoglio. Un saluto evangelico ma anche molto programmatico e se vogliamo per nulla scontato. Nel contesto internazionale drammatico che il mondo sta vivendo, l'unico augurio sensato che ci possa essere è quello della pace, ma non una pace qualsiasi, ma quella del Cristo risorto! Tuttavia la pace fra i popoli non è l'unica pace di cui il mondo ha bisogno, appare sempre più chiara l'intenzione emersa durante le congregazioni cardinalizie di realizzare una riappacificazione del tutto necessaria all'interno della Chiesa. Il pontificato di papa Francesco, è innegabile, ha lasciato in eredità una chiesa spaccata, divisa, lacerata al suo interno fra progressisti affamati di novità e tradizionalisti perseguitati come eretici. Appare quindi necessario cercare di ricucire questi strappi e rinsaldare le fratture interne della Chiesa, per poi procedere ad un cammino di verità autentico. Non sappiamo ancora in che direzione il papa vorrà posizionare il timone della barca di Pietro, ma appare chiaro che l'intenzione del collegio cardinalizio sia stato quello di scegliere una figura che plachi gli animi, vedremo se sarà così.


Il pontefice ha più volte ribadito l'importanza della centralità del Cristo-Dio, non solo nel primo discorso dopo l'elezione, ma anche in altri discorsi, primo fra tutti quello nella Messa nella cappella sistina insieme ai cardinali, nella quale ha tracciato delle sommarie linee guida sulle quali impostare il cammino della Chiesa, Linee che sembrano scontate, ma che dopo il pontificato disastroso di Francesco non appaiono più cosi scontate. L'importanza di riconoscere Gesù non solo come vero uomo, ma soprattutto come unico e vero Dio sotto il quale possiamo trovare salvezza, non è per nulla scontato dopo un pontificato distaccato dalla verità soteriologica del Cristo e basato sul sentimentalistico "volemose bbene". Dobbiamo certamente attendere e vedere come questo si realizzerà nel concreto, soprattutto in relazione all'ebraismo e al mondo islamico.

Tornando al discorso dell'elezione, un altro elemento non trascurabile è il richiamo alla costruzione di ponti, ma qui lasciatemi fare una premessa. Purtroppo nell'ultimo pontificato siamo stati abituati a intendere la parola "ponte" con delle accezioni non cattoliche come ad esempio un modo per passare da un'opinione ad un'altra o nell'accezione di "incontro" fine a se stesso. Il termine "ponte" è alla base della parola "pontificato" il papa è per sua natura un "costruttore di ponti", fra Dio e gli uomini. L'uso di questo termine non deve spaventarci perché il papa è chiamato a creare un ponte fra le civiltà cristiane cattoliche e il mondo pagano in cui si trova ad operare. Se non altro dobbiamo augurarci che questo papa abbia bene in mente che i "ponti" che dobbiamo costruire servono per far passare Dio nei cuori di chi è lontano da lui, e non per realizzare "fratellanze" indefinite fondate sul sincretismo religioso o su non si sa bene cosa. Ma date le premesse, e considerando il concetto di missionarietà che emerge dalle sue parole, non sembra che questo papa sia su questa linea "franceschiana". Certo è che il discorso fatto in occasione dei saluti alle rappresentanze di altre religioni presenti il giorno di inizio pontificato lascia l'amaro in bocca. Papa Leone ha ribadito l'intenzione di creare fraternità, di continuare il lavoro di Francesco nel costruire dialoghi di pace ecc. Anche qui dobbiamo attendere, pregare e sperare che pur mantenendo un linguaggio simile a quello del suo predecessore, le intenzioni siano diverse, ribadendo l'assoluta verità della salvezza nel Cristo Uomo-Dio fondamento di ogni vera fratellanza e di ogni pace possibile.

Il richiamo alla sinodalità della Chiesa è un altro punto critico. Senza dubbio il concetto moderno di sinodalità deriva dal Vaticano II, che ha voluto dare seguito al concetto di collegialità voluto dallo stesso concilio. Questo concetto porta in se una sorta di "democratizzazione" della Chiesa che rischia di sminuire, appiattire e soffocare il ruolo di "capo supremo" della Chiesa di cui il papa è investito. Nella Chiesa dei primi secoli, i concili venivano chiamati anche "sinodi", ma alla base c'era sempre in concetto piramidale della Chiesa, nella quale la discussione teologica e spirituale aveva un ruolo fondamentale per la comprensione delle verità di fede. Se è vero che questo papa ha più volte usato il termine "sinodalità", è anche vero che Leone si è più volte dichiarato con il titolo di "vicario di Cristo". I due concetti riletti in relazione fra loro creano un campo ben diverso dal concetto di "sinodalità" inteso da Francesco, che ricordiamolo, non si è mai voluto definire "vicario di Cristo". Se Leone è ben cosciente del suo ruolo di "vicario di Cristo" saprà intendere la sinodalità per quello che dovrebbe essere, ovvero un mezzo consultivo e di ascolto del corpo ecclesiale, ben distante dal ruolo decisionale, democratico e governativo attribuitogli dal suo predecessore. Il richiamo alla frase di sant'Agostino che il papa ha fatto durante il discorso, "con voi sono cristiano, e per voi sono vescovo" fa ben sperare che Leone ha piena coscienza che lui non è semplicemente uno fra tanti, ma è il capo chiamato a governare con l'autorità di Cristo. Sarà così? Anche qui il tempo ci farà scoprire il volto di Leone XIV.


Il "tutti" più volte ripetuto lascia certamente perplessi, in linea teorica non dovrebbe allarmarci più di tanto se lo intendiamo nell'accezione classica e tradizionale. Che la Chiesa sia "cattolica" ovvero universale e rivolta a tutti non è una novità, il problema semmai è che oggi ci hanno abituato ad intendere il termine "tutti" in un'accezione talmente allargata fino al punto di dare, ad esempio all'accoglienza indiscriminata un valore dogmatico. A tal proposito basti pensare a tutto il dibattito sulla traduzione del "pro multis" della S. Messa che arbitrariamente diventa un "per tutti". La Chiesa accoglie tutti certamente, dialoga con tutti, ma non per questo si deve pretendere che tutti ne facciano parte. Resta ovvio che se il messaggio è destinato a tutti, non si può dire lo stesso per la salvezza, che è destinata solo a quei "molti" che accolgono il messaggio di salvezza e si sottomettono alla verità rivelata dal Cristo. Ribadire le verità della fede non significa essere discriminanti o non essere accoglienti, significa indicare a tutti la strada della salvezza, resta a noi la scelta se seguirla o meno. Anche qui vedremo quale sarà il modo e quale sarà il significato che Leone vorrà dare a questo termine.


Un nome un programma?

Il card. Prevost ha voluto chiamarsi "Leone", il che fa pensare ad un infinità di cose. Lui stesso ha detto di essersi ispirato a Leone XIII, un papa che ha scritto delle encicliche importantissime, che ha regnato in un periodo particolare nel quale non gli fu possibile esercitare il così detto "potere temporale". Leone XIII infatti si trovò a guidare la Chiesa nel periodo compreso fra la presa di Roma e i patti lateranensi, quindi di fatto non è mai stato capo di stato ma solo capo della Chiesa come istituzione religiosa. Tuttavia Leone XIII è stato un papa di grande vicinanza ai temi sociali che si condensarono dell'enciclica "Rerum Novarum", ma anche un papa di grande spiritualità. A lui dobbiamo la composizione dell'"Esorcismo Minore" dal quale scaturisce la preghiera a S. Michele che egli stesso ha voluto che si recitasse al termine di ogni S. Messa letta. Sappiamo come questa decisione avvenne a seguito di una famosa visione che il pontefice ebbe al termine della celebrazione della S. Messa. Visione nella quale vedeva la Chiesa attaccata dai demoni dal suo interno.

Alcune coincidenze devono necessariamente essere prese in considerazione e rilette come "segni" dall'alto: Leone XIV è stato eletto l'8 maggio, nel giorno in cui la Chiesa ricorda l'apparizione di S. Michele e la Madonna di Pompei. In un tempo in cui la gente va alla ricerca spasmodica di "messaggi divini" perché trascurare queste coincidenze? Questo papa avrebbe potuto chiamarsi Francesco II, piuttosto che Giovanni Paolo III, ma se il nome scelto identifica un "programma di pontificato" non si può rimanere indifferenti davanti a questa scelta. Anche qui la scelta può significare tanto ma può non dire nulla.


Liturgia e tradizione

Alcune indiscrezioni ci dicono che papa Prevost sia un grande estimatore della Messa Tridentina, e che il papa l'abbia celebrata più volte in privato. Quanto sia vera questa indiscrezione non lo sappiamo, ma il discorso pronunciato in occasione dell'udienza alle Chiese cattoliche orientali ci fa pensare che il suo approccio alle tradizioni liturgiche antiche sia piuttosto favorevole. Senza entrare troppo nell'analisi del testo in questione, ritengo importante sottolineare come il papa abbia evidenziato la necessità di "sensibilizzare i latini" alla ricchezza delle liturgie orientali, e perché non iniziare a farlo attraverso la conoscenza della liturgia romana antica? Leone ha affermato che "abbiamo bisogno di recuperare il senso del mistero" e perché non iniziare a farlo partendo dalla celebrazione della Messa tridentina?

C'è una frase che più di tutte mi ha colpito, e la riporto per intero:

"[...] quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia, dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (penthos), così tipici delle spiritualità orientali! Perciò è fondamentale custodire le vostre tradizioni senza annacquarle, magari per praticità e comodità, così che non vengano corrotte da uno spirito consumistico e utilitarista."[1]

Questa parte del discorso è incredibilmente applicabile alla liturgia Romana tradizionale, nella quale emerge particolarmente il "primato di Dio, il valore della mistagogia, dell'intercessione incessante, della penitenza, del digiuno del pianto dei propri peccati e dell'intera umanità." Queste tipicità che il papa ritrova nelle liturgie orientali sono tipiche anche nella liturgia tridentina, che purtroppo però ha subito quello che il papa spera che non accada nell'oriente. La Chiesa latina infatti ha annacquato e corrotto la propria tradizione liturgica per seguire una presunta praticità e comodità, spinta soprattutto da uno spirito consumistico e utilitaristico che potremmo identificare nel famigerato "spirito del concilio".

Potrà essere tutto questo un preludio ad un ritorno stabile, duraturo e fortemente motivato alla liturgia tradizionale? E' ancora presto per dirlo, ma di certo ci sono dei buonissimi presupposti perché questo possa avvenire. Dobbiamo solo sperare e pregare!


Considerazioni e conclusioni

Concludendo questo breve esame che nasce da una prima e superficiale analisi delle parole e dei gesti di papa Leone XIV, mi sento di dover dire qualcosa che ritengo molto più importante di quanto detto finora.

In questi giorni ho letto molti articoli su questi primissimi passi di papa Leone, la cosa che spesso mi ha irritato è vedere due atteggiamenti uguali ma opposti; da una parte i progressisti più "avantisti", convinti che questo papa possa mettere da parte l'opera demolitrice di Francesco e frenare le loro smisurate smanie di riforma, oltre che a temere lo spettro del ritorno ad un passato troppo legato ai dogmatismi, e dall'altra quei  "tradizionalisti benpensanti da salotto" che che hanno iniziato a lamentarsi di questo papa come un progressista convinto perché parla di sinodalità, di "fratelli tutti" di continuità con il concilio Vaticano II ecc.

Partendo dal presupposto che il tradizionalismo di cui parliamo è una categoria nata dopo il Vaticano II, e che la Tradizione in senso stretto è un concetto nobile legato al concetto stesso di "fede cattolica", personalmente non posso definirmi ne un progressista, ma nemmeno un tradizionalista di quelli legati ad una Chiesa che non esiste più e che non tornerà mai in essere. Se proprio dovessi catalogarmi mi definirei un cattolico legato alla tradizione vera, quella che ha a cuore il bene delle anime, quella tradizione così come intesa da mons. Lefebvre, ovvero quell'insieme di tesori spirituali, liturgici e teologici necessari alla conservazione e alla diffusione della fede cattolica[2]. Chiarito questo concetto di "Tradizione" ritengo di dover dare alla realtà un valore oggettivo. Non è pensabile che un papa arrivi e dall'oggi al domani possa con un colpo di spugna eliminare tutto quello che è stato costruito in bene o in male nell'arco di sessant'anni. Il collegio cardinalizio  chiamato ad eleggere oggi il successore di Pietro, e in generale tutto il corpo episcopale della Chiesa di oggi, si è formato nel "mito del concilio" e non si poteva pretendere che da quel cilindro magico della Sistina potesse uscire uno che buttasse all'aria tutto quello su cui questi signori hanno costruito la loro stessa esistenza.

Lasciamo da parte i sogni e proviamo a ragionare ad occhi aperti. Molti di questi uomini vengono dal concilio, lo hanno vissuto, lo hanno plasmato, o quantomeno sono figli di quell'epoca. Gli anni immediatamente successivi al concilio sono per loro come un meraviglioso pavimento cosmatesco creato dalle loro stesse mani, pensare che uno di loro lo smantelli significa come chiedere ad uno di loro di demolire il "luogo" su cui hanno mosso i loro passi fin dai primi anni del loro sacerdozio. Questi uomini non hanno la capacità di vedere in maniera obbiettiva il disastro arrecato alla Chiesa dal concilio, e anche se sono pienamente consapevoli di trovarsi davanti ad un evidente decadimento della Chiesa, non lo attribuiscono affatto a quell'evento a cui sono legati indissolubilmente anche da un aspetto emozionale e sentimentale. Per loro il concilio vaticano II "è la Chiesa".

Se Leone cita papa Francesco, il concilio, la sinodalità e tutte queste cose moderne e moderniste lo fa non solo perché gli e dovuto, ma perché è figlio di quel modo di intendere la Chiesa, la teologia, la spiritualità e il papato. Forse questo è un male, ma è una realtà che a denti stretti dobbiamo accettare. 

Un colpo di spugna oggi non porterebbe ad alcun risultato se non quello di creare ulteriori spaccature, confusioni e scismi deleteri per la salute delle anime. Non dimentichiamoci che gli scismi, oltre ai loro attori principali, hanno sempre portato molte anime verso la confusione, l'eresia e addirittura all'apostasia. Pensare oggi ad un papa che agisca con il pugno duro, significa non aver a cuore il bene delle anime meno edotte e dottrinalmente più fragili che frequentano, spesso inconsapevolmente, le nostre parrocchie, e considerando le enormi lacune del popolo santo di Dio in materia di dottrina e di morale, si rischierebbe di consegnarle alla dannazione eterna. E' questo quello che vogliamo?

Certo, papa Leone XIV con molta probabilità non sarà quel tipo di pontefice che correggerà gli errori moderni, ma senza alcun dubbio non sarà nemmeno quel tipo di papa che ridurrà il papato ad una barzelletta come avvenuto sotto il pontificato di Francesco. Tuttavia dobbiamo avere la speranza che questo pontefice si lasci guidare dallo Spirito Santo, e che riceva delle grazie di stato particolari che lo aiutino a fare scelte che possano porre le basi per un ritorno all'ortodossia della fede.


L'unica cosa che è in nostro potere, e ce ne dimentichiamo troppo spesso, è la preghiera in tutte le sue forme, soprattutto quella di supplica e di intercessione. Ci siamo abituati nostro malgrado, a vedere la Chiesa come una realtà umana, ma non scordiamoci che la Chiesa è di Cristo, ed è una realtà soprannaturale. Cadere nello sconforto di non avere un papa come lo vorremmo noi, equivale a mettersi al posto di Dio e dire che Dio ha abbandonato la sua Chiesa, quella Chiesa a cui Cristo stesso ha assicurato che "le porte degli inferi non prevarranno" (Mt. 16,18).

Probabilmente questo papa ci deluderà su molte cose, e forse non serve aspettare molto, ma potrebbe anche stupirci, aprire porte inaspettate, nominare vescovi o capi di dicastero ricchi si capacità evangeliche e di santità, non possiamo ancora saperlo. E' vero che papa Francesco ci ha gettati nello scoraggiamento, nella sfiducia e nell'angoscia, ma non possiamo continuare a vivere nello sconforto, sforziamoci almeno in questa fase iniziale di questo nuovo pontificato di esercitare la virtù di speranza. Supplichiamo Dio Padre perché guidi questo papa nel suo ministero petrino, che lo accompagni passo passo a ricostruire le basi della Chiesa. Invochiamo l'intercessione dei santi perché ci aiutino a sostenere il pontefice in questo compito così grave, difficile ma meraviglioso di restaurazione della Chiesa, e affidiamolo alla nostra Madre Maria Ss.ma Ausiliatrice perché protegga il Leone dalle iene e dai lupi, affinché schiacciando la testa del drago antico, trionfi il suo cuore immacolato.


don Bastiano Del Grillo


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Riferimenti:

[1] Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Chiese Orientali. Aula Paolo VI, Mercoledì 14 maggio 2025.

[2] Cfr. Storica dichiarazione di mons. Marcel Lefebvre, 21 novembre 1974