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martedì 20 maggio 2025

Da un papa di "transizione" ad un papa di "pacificazione" prime considerazioni su Leone XIV


Questo periodo è stato segnato dell'evento del conclave, che più di qualsiasi altro evento catalizza l'attenzione sia dei fedeli cattolici che di chi non crede. In questi giorni ne abbiamo sentite tante, da chi osanna questo papa a chi lo inizia subito ad attaccare.

Fino ad ora ho voluto esimermi dal formulare una qualsivoglia analisi, il motivo risiede soprattutto nella volontà di non farmi trascinare dall'emozione e dai sentimenti, ma di avere degli elementi concreti su cui costruire un'opinione più realistica possibile e meno sganciata da aspettative personali vaghe.

Ad oltre 10 giorni dall'elezione del card. Prevost al soglio pontificio, sento di avere quegli elementi sufficienti per formulare una bozza di opinione riguardo a questo pontificato che si sta aprendo, pur sottolineando che al momento tutto può variare e prendere ancora direzioni e pieghe inaspettate, infatti la frase che forse ho pronunciato più volte in questi giorni è: "aspettiamo, vedremo quello che succederà".


Il primo impatto

Appare piuttosto chiaro ed evidente che non ci si può basare sulla prima impressione che il nuovo papa ha dato di se uscendo dalla loggia centrale subito dopo l'"habemus papam", come detto prima, l'emozione non permette di avere un'idea obiettiva, tuttavia alcuni elementi esteriori parlano da soli, pur nella consapevolezza che questi elementi possono dire tutto o nulla. Vedere papa Leone affacciarsi dalla loggia con la mozzetta e la stola pontificale ha certamente ridato agl'occhi di molti fedeli l'impressione di trovarsi davanti ad "un papa", e non semplicemente ad un uomo con una talare bianca come successe con Francesco. Con questo non intendo dire che Francesco non fosse papa, ma se è vero che l'abito non fa il monaco è pur vero che il monaco lo riconosco dall'abito.

Dopo l'esperienza "franceschiana" non era scontato vedere il papa affacciarsi alla loggia con la mozzetta e la stola pontificale, in altre parole diremmo che quello che prima era del tutto normale oggi appare quasi una "rivoluzione" o un "tornare indietro". Per questo motivo ne mi entusiasma vedere il papa affacciarsi nuovamente vestito con mozzetta e stola, ma neanche mi lascia indifferente, semplicemente concludo dicendo a me stesso che Francesco non c'é più e ora c'è Leone. L'aver scelto di affacciarsi alla loggia vestito "da papa" non significa che abbiamo un papa tradizionalista ma nemmeno un progressista di quelli sfrenati.

Le prime parole che il pontefice ha pronunciato hanno colpito soprattutto perché non sono state parole vaghe pronunciate a braccio, gesto mai fatto dai suoi predecessori, il papa infatti ha scelto di scriversi quantomeno una bozza di appunti sulla quale basarsi per salutare i fedeli.


Questo gesto lo ritengo molto significativo, e lasciatemelo dire, anche molto rispettoso nei confronti dei fedeli. Il papa secondo il mio pensiero, non ha voluto lasciarsi prendere e incatenare dall'emozione, ma ha voluto che quel momento fosse come un primo atto di magistero, una sorta di programma sommario di quello che intende fare, ovvero pensare e riflettere su ogni parola del suo ministero, per evitare (a mio modesto parere) qualsivoglia confusione o mala interpretazione delle sue parole, d'altro canto l'esperienza confusionaria provocata dal suo predecessore deve necessariamente essere archiviata se non addirittura rettificata nel profondo. Con questo atto (sempre secondo la mia interpretazione) papa Leone ha voluto dirci "con me non ci sarà spazio all'improvvisazione".

Passando invece al contenuto del suo discorso, il ragionamento si fa più complesso. Il papa ha esordito con le parole di Gesù Cristo dopo la risurrezione: "la pace sia con voi". un saluto molto diverso dal "buonasera" di Bergoglio. Un saluto evangelico ma anche molto programmatico e se vogliamo per nulla scontato. Nel contesto internazionale drammatico che il mondo sta vivendo, l'unico augurio sensato che ci possa essere è quello della pace, ma non una pace qualsiasi, ma quella del Cristo risorto! Tuttavia la pace fra i popoli non è l'unica pace di cui il mondo ha bisogno, appare sempre più chiara l'intenzione emersa durante le congregazioni cardinalizie di realizzare una riappacificazione del tutto necessaria all'interno della Chiesa. Il pontificato di papa Francesco, è innegabile, ha lasciato in eredità una chiesa spaccata, divisa, lacerata al suo interno fra progressisti affamati di novità e tradizionalisti perseguitati come eretici. Appare quindi necessario cercare di ricucire questi strappi e rinsaldare le fratture interne della Chiesa, per poi procedere ad un cammino di verità autentico. Non sappiamo ancora in che direzione il papa vorrà posizionare il timone della barca di Pietro, ma appare chiaro che l'intenzione del collegio cardinalizio sia stato quello di scegliere una figura che plachi gli animi, vedremo se sarà così.


Il pontefice ha più volte ribadito l'importanza della centralità del Cristo-Dio, non solo nel primo discorso dopo l'elezione, ma anche in altri discorsi, primo fra tutti quello nella Messa nella cappella sistina insieme ai cardinali, nella quale ha tracciato delle sommarie linee guida sulle quali impostare il cammino della Chiesa, Linee che sembrano scontate, ma che dopo il pontificato disastroso di Francesco non appaiono più cosi scontate. L'importanza di riconoscere Gesù non solo come vero uomo, ma soprattutto come unico e vero Dio sotto il quale possiamo trovare salvezza, non è per nulla scontato dopo un pontificato distaccato dalla verità soteriologica del Cristo e basato sul sentimentalistico "volemose bbene". Dobbiamo certamente attendere e vedere come questo si realizzerà nel concreto, soprattutto in relazione all'ebraismo e al mondo islamico.

Tornando al discorso dell'elezione, un altro elemento non trascurabile è il richiamo alla costruzione di ponti, ma qui lasciatemi fare una premessa. Purtroppo nell'ultimo pontificato siamo stati abituati a intendere la parola "ponte" con delle accezioni non cattoliche come ad esempio un modo per passare da un'opinione ad un'altra o nell'accezione di "incontro" fine a se stesso. Il termine "ponte" è alla base della parola "pontificato" il papa è per sua natura un "costruttore di ponti", fra Dio e gli uomini. L'uso di questo termine non deve spaventarci perché il papa è chiamato a creare un ponte fra le civiltà cristiane cattoliche e il mondo pagano in cui si trova ad operare. Se non altro dobbiamo augurarci che questo papa abbia bene in mente che i "ponti" che dobbiamo costruire servono per far passare Dio nei cuori di chi è lontano da lui, e non per realizzare "fratellanze" indefinite fondate sul sincretismo religioso o su non si sa bene cosa. Ma date le premesse, e considerando il concetto di missionarietà che emerge dalle sue parole, non sembra che questo papa sia su questa linea "franceschiana". Certo è che il discorso fatto in occasione dei saluti alle rappresentanze di altre religioni presenti il giorno di inizio pontificato lascia l'amaro in bocca. Papa Leone ha ribadito l'intenzione di creare fraternità, di continuare il lavoro di Francesco nel costruire dialoghi di pace ecc. Anche qui dobbiamo attendere, pregare e sperare che pur mantenendo un linguaggio simile a quello del suo predecessore, le intenzioni siano diverse, ribadendo l'assoluta verità della salvezza nel Cristo Uomo-Dio fondamento di ogni vera fratellanza e di ogni pace possibile.

Il richiamo alla sinodalità della Chiesa è un altro punto critico. Senza dubbio il concetto moderno di sinodalità deriva dal Vaticano II, che ha voluto dare seguito al concetto di collegialità voluto dallo stesso concilio. Questo concetto porta in se una sorta di "democratizzazione" della Chiesa che rischia di sminuire, appiattire e soffocare il ruolo di "capo supremo" della Chiesa di cui il papa è investito. Nella Chiesa dei primi secoli, i concili venivano chiamati anche "sinodi", ma alla base c'era sempre in concetto piramidale della Chiesa, nella quale la discussione teologica e spirituale aveva un ruolo fondamentale per la comprensione delle verità di fede. Se è vero che questo papa ha più volte usato il termine "sinodalità", è anche vero che Leone si è più volte dichiarato con il titolo di "vicario di Cristo". I due concetti riletti in relazione fra loro creano un campo ben diverso dal concetto di "sinodalità" inteso da Francesco, che ricordiamolo, non si è mai voluto definire "vicario di Cristo". Se Leone è ben cosciente del suo ruolo di "vicario di Cristo" saprà intendere la sinodalità per quello che dovrebbe essere, ovvero un mezzo consultivo e di ascolto del corpo ecclesiale, ben distante dal ruolo decisionale, democratico e governativo attribuitogli dal suo predecessore. Il richiamo alla frase di sant'Agostino che il papa ha fatto durante il discorso, "con voi sono cristiano, e per voi sono vescovo" fa ben sperare che Leone ha piena coscienza che lui non è semplicemente uno fra tanti, ma è il capo chiamato a governare con l'autorità di Cristo. Sarà così? Anche qui il tempo ci farà scoprire il volto di Leone XIV.


Il "tutti" più volte ripetuto lascia certamente perplessi, in linea teorica non dovrebbe allarmarci più di tanto se lo intendiamo nell'accezione classica e tradizionale. Che la Chiesa sia "cattolica" ovvero universale e rivolta a tutti non è una novità, il problema semmai è che oggi ci hanno abituato ad intendere il termine "tutti" in un'accezione talmente allargata fino al punto di dare, ad esempio all'accoglienza indiscriminata un valore dogmatico. A tal proposito basti pensare a tutto il dibattito sulla traduzione del "pro multis" della S. Messa che arbitrariamente diventa un "per tutti". La Chiesa accoglie tutti certamente, dialoga con tutti, ma non per questo si deve pretendere che tutti ne facciano parte. Resta ovvio che se il messaggio è destinato a tutti, non si può dire lo stesso per la salvezza, che è destinata solo a quei "molti" che accolgono il messaggio di salvezza e si sottomettono alla verità rivelata dal Cristo. Ribadire le verità della fede non significa essere discriminanti o non essere accoglienti, significa indicare a tutti la strada della salvezza, resta a noi la scelta se seguirla o meno. Anche qui vedremo quale sarà il modo e quale sarà il significato che Leone vorrà dare a questo termine.


Un nome un programma?

Il card. Prevost ha voluto chiamarsi "Leone", il che fa pensare ad un infinità di cose. Lui stesso ha detto di essersi ispirato a Leone XIII, un papa che ha scritto delle encicliche importantissime, che ha regnato in un periodo particolare nel quale non gli fu possibile esercitare il così detto "potere temporale". Leone XIII infatti si trovò a guidare la Chiesa nel periodo compreso fra la presa di Roma e i patti lateranensi, quindi di fatto non è mai stato capo di stato ma solo capo della Chiesa come istituzione religiosa. Tuttavia Leone XIII è stato un papa di grande vicinanza ai temi sociali che si condensarono dell'enciclica "Rerum Novarum", ma anche un papa di grande spiritualità. A lui dobbiamo la composizione dell'"Esorcismo Minore" dal quale scaturisce la preghiera a S. Michele che egli stesso ha voluto che si recitasse al termine di ogni S. Messa letta. Sappiamo come questa decisione avvenne a seguito di una famosa visione che il pontefice ebbe al termine della celebrazione della S. Messa. Visione nella quale vedeva la Chiesa attaccata dai demoni dal suo interno.

Alcune coincidenze devono necessariamente essere prese in considerazione e rilette come "segni" dall'alto: Leone XIV è stato eletto l'8 maggio, nel giorno in cui la Chiesa ricorda l'apparizione di S. Michele e la Madonna di Pompei. In un tempo in cui la gente va alla ricerca spasmodica di "messaggi divini" perché trascurare queste coincidenze? Questo papa avrebbe potuto chiamarsi Francesco II, piuttosto che Giovanni Paolo III, ma se il nome scelto identifica un "programma di pontificato" non si può rimanere indifferenti davanti a questa scelta. Anche qui la scelta può significare tanto ma può non dire nulla.


Liturgia e tradizione

Alcune indiscrezioni ci dicono che papa Prevost sia un grande estimatore della Messa Tridentina, e che il papa l'abbia celebrata più volte in privato. Quanto sia vera questa indiscrezione non lo sappiamo, ma il discorso pronunciato in occasione dell'udienza alle Chiese cattoliche orientali ci fa pensare che il suo approccio alle tradizioni liturgiche antiche sia piuttosto favorevole. Senza entrare troppo nell'analisi del testo in questione, ritengo importante sottolineare come il papa abbia evidenziato la necessità di "sensibilizzare i latini" alla ricchezza delle liturgie orientali, e perché non iniziare a farlo attraverso la conoscenza della liturgia romana antica? Leone ha affermato che "abbiamo bisogno di recuperare il senso del mistero" e perché non iniziare a farlo partendo dalla celebrazione della Messa tridentina?

C'è una frase che più di tutte mi ha colpito, e la riporto per intero:

"[...] quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia, dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (penthos), così tipici delle spiritualità orientali! Perciò è fondamentale custodire le vostre tradizioni senza annacquarle, magari per praticità e comodità, così che non vengano corrotte da uno spirito consumistico e utilitarista."[1]

Questa parte del discorso è incredibilmente applicabile alla liturgia Romana tradizionale, nella quale emerge particolarmente il "primato di Dio, il valore della mistagogia, dell'intercessione incessante, della penitenza, del digiuno del pianto dei propri peccati e dell'intera umanità." Queste tipicità che il papa ritrova nelle liturgie orientali sono tipiche anche nella liturgia tridentina, che purtroppo però ha subito quello che il papa spera che non accada nell'oriente. La Chiesa latina infatti ha annacquato e corrotto la propria tradizione liturgica per seguire una presunta praticità e comodità, spinta soprattutto da uno spirito consumistico e utilitaristico che potremmo identificare nel famigerato "spirito del concilio".

Potrà essere tutto questo un preludio ad un ritorno stabile, duraturo e fortemente motivato alla liturgia tradizionale? E' ancora presto per dirlo, ma di certo ci sono dei buonissimi presupposti perché questo possa avvenire. Dobbiamo solo sperare e pregare!


Considerazioni e conclusioni

Concludendo questo breve esame che nasce da una prima e superficiale analisi delle parole e dei gesti di papa Leone XIV, mi sento di dover dire qualcosa che ritengo molto più importante di quanto detto finora.

In questi giorni ho letto molti articoli su questi primissimi passi di papa Leone, la cosa che spesso mi ha irritato è vedere due atteggiamenti uguali ma opposti; da una parte i progressisti più "avantisti", convinti che questo papa possa mettere da parte l'opera demolitrice di Francesco e frenare le loro smisurate smanie di riforma, oltre che a temere lo spettro del ritorno ad un passato troppo legato ai dogmatismi, e dall'altra quei  "tradizionalisti benpensanti da salotto" che che hanno iniziato a lamentarsi di questo papa come un progressista convinto perché parla di sinodalità, di "fratelli tutti" di continuità con il concilio Vaticano II ecc.

Partendo dal presupposto che il tradizionalismo di cui parliamo è una categoria nata dopo il Vaticano II, e che la Tradizione in senso stretto è un concetto nobile legato al concetto stesso di "fede cattolica", personalmente non posso definirmi ne un progressista, ma nemmeno un tradizionalista di quelli legati ad una Chiesa che non esiste più e che non tornerà mai in essere. Se proprio dovessi catalogarmi mi definirei un cattolico legato alla tradizione vera, quella che ha a cuore il bene delle anime, quella tradizione così come intesa da mons. Lefebvre, ovvero quell'insieme di tesori spirituali, liturgici e teologici necessari alla conservazione e alla diffusione della fede cattolica[2]. Chiarito questo concetto di "Tradizione" ritengo di dover dare alla realtà un valore oggettivo. Non è pensabile che un papa arrivi e dall'oggi al domani possa con un colpo di spugna eliminare tutto quello che è stato costruito in bene o in male nell'arco di sessant'anni. Il collegio cardinalizio  chiamato ad eleggere oggi il successore di Pietro, e in generale tutto il corpo episcopale della Chiesa di oggi, si è formato nel "mito del concilio" e non si poteva pretendere che da quel cilindro magico della Sistina potesse uscire uno che buttasse all'aria tutto quello su cui questi signori hanno costruito la loro stessa esistenza.

Lasciamo da parte i sogni e proviamo a ragionare ad occhi aperti. Molti di questi uomini vengono dal concilio, lo hanno vissuto, lo hanno plasmato, o quantomeno sono figli di quell'epoca. Gli anni immediatamente successivi al concilio sono per loro come un meraviglioso pavimento cosmatesco creato dalle loro stesse mani, pensare che uno di loro lo smantelli significa come chiedere ad uno di loro di demolire il "luogo" su cui hanno mosso i loro passi fin dai primi anni del loro sacerdozio. Questi uomini non hanno la capacità di vedere in maniera obbiettiva il disastro arrecato alla Chiesa dal concilio, e anche se sono pienamente consapevoli di trovarsi davanti ad un evidente decadimento della Chiesa, non lo attribuiscono affatto a quell'evento a cui sono legati indissolubilmente anche da un aspetto emozionale e sentimentale. Per loro il concilio vaticano II "è la Chiesa".

Se Leone cita papa Francesco, il concilio, la sinodalità e tutte queste cose moderne e moderniste lo fa non solo perché gli e dovuto, ma perché è figlio di quel modo di intendere la Chiesa, la teologia, la spiritualità e il papato. Forse questo è un male, ma è una realtà che a denti stretti dobbiamo accettare. 

Un colpo di spugna oggi non porterebbe ad alcun risultato se non quello di creare ulteriori spaccature, confusioni e scismi deleteri per la salute delle anime. Non dimentichiamoci che gli scismi, oltre ai loro attori principali, hanno sempre portato molte anime verso la confusione, l'eresia e addirittura all'apostasia. Pensare oggi ad un papa che agisca con il pugno duro, significa non aver a cuore il bene delle anime meno edotte e dottrinalmente più fragili che frequentano, spesso inconsapevolmente, le nostre parrocchie, e considerando le enormi lacune del popolo santo di Dio in materia di dottrina e di morale, si rischierebbe di consegnarle alla dannazione eterna. E' questo quello che vogliamo?

Certo, papa Leone XIV con molta probabilità non sarà quel tipo di pontefice che correggerà gli errori moderni, ma senza alcun dubbio non sarà nemmeno quel tipo di papa che ridurrà il papato ad una barzelletta come avvenuto sotto il pontificato di Francesco. Tuttavia dobbiamo avere la speranza che questo pontefice si lasci guidare dallo Spirito Santo, e che riceva delle grazie di stato particolari che lo aiutino a fare scelte che possano porre le basi per un ritorno all'ortodossia della fede.


L'unica cosa che è in nostro potere, e ce ne dimentichiamo troppo spesso, è la preghiera in tutte le sue forme, soprattutto quella di supplica e di intercessione. Ci siamo abituati nostro malgrado, a vedere la Chiesa come una realtà umana, ma non scordiamoci che la Chiesa è di Cristo, ed è una realtà soprannaturale. Cadere nello sconforto di non avere un papa come lo vorremmo noi, equivale a mettersi al posto di Dio e dire che Dio ha abbandonato la sua Chiesa, quella Chiesa a cui Cristo stesso ha assicurato che "le porte degli inferi non prevarranno" (Mt. 16,18).

Probabilmente questo papa ci deluderà su molte cose, e forse non serve aspettare molto, ma potrebbe anche stupirci, aprire porte inaspettate, nominare vescovi o capi di dicastero ricchi si capacità evangeliche e di santità, non possiamo ancora saperlo. E' vero che papa Francesco ci ha gettati nello scoraggiamento, nella sfiducia e nell'angoscia, ma non possiamo continuare a vivere nello sconforto, sforziamoci almeno in questa fase iniziale di questo nuovo pontificato di esercitare la virtù di speranza. Supplichiamo Dio Padre perché guidi questo papa nel suo ministero petrino, che lo accompagni passo passo a ricostruire le basi della Chiesa. Invochiamo l'intercessione dei santi perché ci aiutino a sostenere il pontefice in questo compito così grave, difficile ma meraviglioso di restaurazione della Chiesa, e affidiamolo alla nostra Madre Maria Ss.ma Ausiliatrice perché protegga il Leone dalle iene e dai lupi, affinché schiacciando la testa del drago antico, trionfi il suo cuore immacolato.


don Bastiano Del Grillo


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Riferimenti:

[1] Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Chiese Orientali. Aula Paolo VI, Mercoledì 14 maggio 2025.

[2] Cfr. Storica dichiarazione di mons. Marcel Lefebvre, 21 novembre 1974



domenica 11 maggio 2025

Chiesa Cattolica in uscita? Si ma per cessata attività!

Anche se la narrazione generale vuole far credere che la Chiesa Cattolica soprattutto con Francesco, sia in una fase di rinnovamento e di "apertura" in realtà da diversi decenni si assiste ad un processo molto lento ma costante che se meglio analizzato fa pensare ad una Chiesa che è in fase di liquidazione. Per comprendere questo bisogna essere degli osservatori piuttosto arguti e soprattutto saper confrontare ciò che si osserva alla luce di ciò che è avvenuto nel passato per comprendere che la strada imboccata dalla Chiesa è una via piuttosto accidentata e pericolosa che sta portando ad una lenta dissoluzione della Chiesa stessa. Questo processo però ha degli elementi previsti e prevedibili soprattutto da parte di coloro che intenzionalmente, sfruttando spesso l'ignoranza della storia che caratterizza molti fedeli e aimè gran parte del clero, mirano a smantellare a piccoli colpi la struttura di governo della Chiesa. La massoneria in questo ha un ruolo cruciale, perché è noto a molti come questa organizzazione segreta abbia una concezione politica societaria e religiosa molto diversa dalla concezione che ne ha la Chiesa. La gravità consiste nel fatto che, soprattutto nel clero, questo non è compreso, e spesso si fatica a comprendere perché massoneria e Chiesa Cattolica siano due realtà antitetiche e con pensieri apparentemente simili ma profondamente in contrasto fra loro. Questa premessa è necessaria per comprendere che molti mali attuali della Chiesa nascono appunto dal pensiero massonico infiltrato in essa. Questo articolo, pur non volendo analizzare il fenomeno della massoneria, non può non tenere conto di questa influenza.


L'accorpamento delle diocesi. Cosa insegna la storia?


Il fenomeno dell'accorpamento delle diocesi sembra ormai non destare nessuna sorpresa, viene considerata una prassi ormai consolidata capace di portare numerosi vantaggi. Questo fenomeno però non dev'essere sottovalutato, perché tutto ciò che riguarda il governo della Chiesa ha uno scopo soprannaturale che è quello della salvezza delle anime, e non meramente pratico, politico, o economico. Certo, anche nella Chiesa spesso si parla di "spendig review", ma questo in realtà è un falso problema, l'accorpamento delle diocesi infatti non porta vantaggi economici se non di carattere alquanto marginale.


Per comprendere la pericolosità di questo processo di accorpamento è sufficiente osservare il modo come la Chiesa si sia diffusa nel mondo; i missionari portavano il primo annuncio del vangelo, si formavano piccole comunità che pian piano si ampliavano, si venivano così a creare le così dette "missioni" dalle quali poi scaturivano altre comunità che si moltiplicavano via via come piccole cellule. Roma inviava in questi luoghi dei "delegati pontifici", che successivamente verranno chiamati "nunzi apostolici". Questi delegati del papa avevano il compito di organizzare e curare l'apostolato in un luogo circoscritto o anche in un intero continente. Il delegato pontificio quindi diventava una sorta di "super vescovo" spesso a capo di territori molto ampi, il suo compito era quello di permettere non solo la diffusione del vangelo, ma anche di organizzare l'apostolato sul territorio, creando dapprima delle diocesi molto vaste, e man mano che scaturivano vocazioni distribuirle in nuove parrocchie appositamente erette per poter capillarizzare il più possibile l'apostolato. Quando ormai le parrocchie iniziavano ad essere tante, il territorio di queste macro diocesi veniva suddiviso in altrettante diocesi più piccole, nominando nuovi vescovi allo scopo di settorializzare il governo e permettere agli stessi di poter governare e assistere meglio le anime.


L'interesse dei pastori, anche se non l'unico, era quello di poter conoscere meglio il territorio e i suoi abitanti, essere pastore di una piccola porzione del gregge per poterlo seguire, ascoltarlo e servirlo più da vicino.


E' chiarissimo quindi l'importanza della creazione di nuove diocesi più piccole con parrocchie al suo interno capaci di garantire l'assistenza spirituale anche delle comunità più sperdute.

Questo processo ha portato la Chiesa cattolica ad essere presente in maniera capillare su tutto il territorio europeo e in tutte quelle realtà extraeuropee dove si è diffuso il cristianesimo. In Italia ad esempio ogni piccolo comune ha almeno una parrocchia, e spesso anche le frazioni più piccole avevano esse stesse una parrocchia o una piccola cappella. l'enorme presenza di edifici sacri che abbiamo in Italia non fa altro che mostrare la capillare presenza della Chiesa nella vita del popolo cristiano.


Già agli inizi del '900 si era iniziato a discutere della riorganizzazione territoriale delle diocesi italiane, ma dalla fine degli anni '70, e poi più massicciamente negli anni '80 del secolo scorso, si è assistiti ad un fenomeno sempre più frequente, quello della riduzione delle diocesi tramite l'unificazione di diocesi vicine, ricorrendo spesso ad una vera e propria soppressione o ad un peggiore smembramento di diocesi più piccole. Uno dei criteri utilizzati era di far corrispondere le diocesi con le regioni o le province in cui si trovavano. C'è da dire che in molti casi era necessario, in quanto molte diocesi erano state erette per semplici privilegi e a volte contavano al loro interno un numero ridicolo di parrocchie. Giusto per portare qualche esempio, la diocesi di Guardialfiera in Molise contava nel suo territorio otto comuni[1], mentre la diocesi suburbicaria di Ostia, che pur avendo una storia e un ordinamento particolare, contava due parrocchie, e addirittura nel 1948 solo una, che corrispondeva alla chiesa cattedrale[2]. Altri esempi potrebbero essere tutte quelle micro diocesi che corrispondevano spesso ad un singolo comune e che avevano la sede vescovile solo per privilegio o per ragioni storiche spesso fantasiose. Un altro caso piuttosto curioso è quello della diocesi di Cassino, che corrispondeva non solo al territorio dell'abbazia, ma anche a tante parrocchie sparse per il centro Italia che però, pur essendo territorialmente in un'altra diocesi, giuridicamente dipendevano dall'abate di Monte Cassino. Ovviamente in questi casi era inevitabile una riorganizzazione ragionevole che prevedesse una soppressione di quelle micro diocesi obiettivamente inutili e un riassetto del governo che potesse veramente essere utile per un buon apostolato.


Bisogna aggiungere che in molti casi le diocesi si erano moltiplicate anche in virtù del fatto che gli spostamenti e i collegamenti del passato erano spesso difficoltosi, e non permettevano ai vescovi di raggiungere agilmente molti luoghi a loro soggetti, ma con l'avvento dei mezzi di trasporto e la costruzione di infrastrutture moderne sono venuti meno quegli impedimenti di carattere strutturale che rendevano complicato lo svolgimento del ministero episcopale.


La situazione oggi


Alla luce di quanto detto finora, in alcuni casi appariva giustificato e magari anche necessario un riassetto dei territori diocesani, ma la situazione odierna giustifica ancora questo riassetto?


A mio modesto parere se era necessario intervenire nella revisione delle diocesi questo non significa dover a tutti i costi continuare a farlo all'infinito. In questo panorama di revisionismo, volendo utilizzare un termine caro a papa Francesco, stiamo smantellando quel sistema di prossimità che è una delle basi dell'apostolato delle diocesi. Ultimamente si assiste all'unificazione delle diocesi "in persona episcopi", ovvero un vescovo che è titolare di due o più diocesi che mantengono le strutture governative, mantengono la titolarità, la loro sede e la loro identità giuridica, tutto questo però sotto un unico vescovo. Questo sistema è giustificato da Roma con la volontà di ridurre il numero dei vescovi, anche perché dal punto di vista economico il risparmio è pressoché nullo, infatti spesso le curie rimangono distinte mantenendo i vari uffici diocesani propri.


Ma che senso ha unire due o più diocesi attraverso questo sistema? Veramente il problema è il numero eccessivo di vescovi? La risposta è "NI". 
Anni fa ebbi modo di colloquiare con un sacerdote che frequentava come studente l'accademia ecclesiastica a Roma, l'istituto che forma i diplomatici vaticani e che spesso finiscono a ricoprire ruoli molto importanti anche nel governo della Chiesa. Durante la chiacchierata mi confessò che uno dei più grandi problemi del dicastero per i vescovi era trovare candidati capaci di assumere il ruolo di governo episcopale, perché il livello culturale del clero è molto basso e questo si traduce in molti casi nella enorme difficoltà da parte di Roma di scegliere candidati sufficientemente all'altezza del ruolo richiesto. Questo sacerdote mi disse che uno dei motivi per i quali si riducono le sedi episcopali non è solo spinto dalla necessità di riorganizzare i territori, ma anche perché non si trovano preti capaci per essere vescovi. Se questo fosse vero, e la fonte sembra essere attendibile, ci troveremmo davanti ad un criterio molto ma molto preoccupante!


Quanto detto però ha dei riscontri, basti osservare la qualità dell'episcopato italiano: un disastro totale! In Italia abbiamo vescovi che non hanno minimamente idea di cosa significhi curare le anime, essere pastori e governare. Anche se fra i criteri di scelta sembrerebbe esserci quello di avere candidati con almeno una licenza o un dottorato in teologia, questo non è una garanzia, infatti conseguire una licenza o un dottorato presso una qualsiasi università pontificia, è tutt'altro che opera da titani. Quanti vescovi dimostrano ignoranza e disinteresse sul piano liturgico piuttosto che amministrativo? Posso avere una licenza in sacra scrittura ma avere anche profonda ignoranza in diritto canonico, tanti vescovi si ritrovano nei guai proprio perché spesso ignorano le norme canoniche creando a volte delle situazioni canonicamente complicate. Basti pensare a tal proposito al caso delle monache di Pienza, che si trovavano in un monastero canonicamente eretto che però non era di loro proprietà, requisito richiesto dal diritto canonico per l'erezione giuridica di un nuovo monastero.


Appare evidente che la Chiesa oggi si trovi in una situazione di liquidazione totale! Del resto quante chiese chiuse e lasciate al degrado? quanti conventi o monasteri si trovano in vendita? Altro che riassetto delle diocesi e spending review, qui più che una "chiesa in uscita" sembra di vedere una chiesa in "chiusura per cessata attività" o peggio "per fallimento". 


La speranza è l'ultima a morire, ma se continuiamo di questo passo rischiamo di far pendere anche quella ai nostri fedeli, del resto, la fede già si è persa e la carità è diventata un mero filantropismo. Che i nostri pastori si mettano una mano sulla coscienza e ritornino a parlare di Gesù Cristo e a mostrarlo alla gente attraverso una santa e bella liturgia. Non serve andare lontano, basta ritornare a quello che la Chiesa ha sempre detto e ha sempre fatto. Altrimenti l'unica cosa che gli rimarrà da fare è gridare al mercato come pescivendoli ambulanti.



don Bastiano Del Grillo


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lunedì 5 maggio 2025

Progressisti e Tradizionalisti, una distinzione moderna (o modernista?).

Nei discorsi inerenti la Chiesa, capita spesso di sentir parlare di un cardinale, un vescovo o un sacerdote con l'aggettivo di  "tradizionalista" o "progressista". Diciamoci la verità, chi non ha mai sentito questa distinzione? Eppure questi termini, paradossalmente sono le facce di una stessa medaglia. Ma come si può definire un prelato progressista o tradizionalista? Sulla base di cosa un vescovo può essere definito in uno o nell'altro modo? Ad un'analisi più approfondita ci si rende conto che di fatto prima del Concilio Vaticano II nessuno avrebbe detto che mons. Lefebvre, ad esempio, era un vescovo tradizionalista, ma un vescovo cattolico come tanti altri. Al contrario per quanto riguarda i progressisti se ne potevano trovare una buona parte. Erano coloro che si discostavano dalla teologia universalmente riconosciuta e in larga parte di stampo tomista, di coloro che, in barba ai pronunciamenti pontifici precedenti, guardavano ad aperture di stampo liberale, ad interpretazioni delle scritture curiose o in generale ad aperture su temi in cui la Chiesa ha dato già una risposta chiara.

Quello che è accaduto subito dopo il Concilio è piuttosto curioso, la chiesa si è voluta modernizzare, ha cambiato modo di celebrare, con l'introduzione del clergyman ha cambiato modo di apparire nel mondo, ci sono state aperture verso pensieri diametralmente opposti a quello cristiano e così via...

Chi è voluto rimanere legato alla liturgia precedente, o ha voluto continuare a indossare la veste talare invece di adottare il clergyman o chi semplicemente ha voluto difendere il pensiero cristiano fissato dal magistero della chiesa è apparso improvvisamente come un rivoluzionario, come un sovvertitore, come un "conservatore" o più come un "tradizionalista" appunto. Per onestà bisogna comunque dire che questa distinzione con la conseguente contrapposizione era già presente in un certo senso nella chiesa, ma con contorni decisamente meno marcati e meno contrapposti. Cosa è accaduto nello specifico? In buona sostanza i principi prettamente progressisti hanno prevalso sui principi tradizionali, abbattendo un muro che impediva l'evoluzione del pensiero all'interno della Chiesa. Ma si era ben consapevoli, soprattutto in coloro che conoscevano bene la dottrina cattolica, che questo "muro" non era di carattere semplicemente ideologico, era creato dalla consapevolezza che ciò che appartiene alla sfera soprannaturale della rivelazione cristiana, non può essere manomesso da idee e posizioni umane. Non dimentichiamoci infatti che la Chiesa non è nata per scopi umani, anche se spesso la storia sembra aver dimostrato il contrario, la Chiesa è stata voluta da Cristo per trasmettere ciò che lui ha stabilito. Il compito della Chiesa quindi è quello di prendere questo "deposito" e trasmetterlo così come lo ha ricevuto. Ritengo che nella Chiesa sia erroneo parlare di "aggiornamento" perché non può essere aggiornato qualcosa che ha rivelato Dio, possiamo piuttosto parlare di approfondimento, ma questo approfondimento non può contraddire ciò che è approfondito! Sarebbe un paradosso!

Quindi è evidente che il processo avviato dal Concilio Vaticano II non è un processo di approfondimento, ma di vero e proprio cambiamento, in altri termini una rivoluzione.

Ne deriva quindi che l'etichetta del "tradizionalista" è un "mostrum linguisticum" creato da coloro che hanno rotto con l'insegnamento autentico e perenne della Chiesa, creando così una spaccatura fra la Chiesa di sempre e la Chiesa conciliare. Questa discontinuità è evidente a chiunque abbia un minimo di capacità osservativa o anche del semplice buon senso.

Papa Benedetto XVI ha tentato di trovare un filo che legasse il "pre" e il "post" concilio inventandosi la così chiamata "ermeneutica della continuità", asserendo che non esisteva alcuna rottura con il passato, ma che il concilio doveva essere riletto e interpretato alla luce della tradizione e viceversa. Sarebbe interessante capire in che modo Benedetto XVI riesca a vedere continuità fra la liturgia tridentina e quella montiniana, o quale continuità si riesca a trovare fra l'ecclesiologia di comunione del post concilio e la visione piramidale e gerarchica della chiesa preconciliare, o ancora quale continuità ci sia nel diritto canonico del 1917 e quello del 1983. Giusto a titolo esemplificativo è interessante notare come nel codice di diritto canonico del 1917 fra i primi doveri dei chierici siano menzionati la confessione frequente, la visita al Santissimo sacramento, la recita dell'ufficio e altre pratiche di questo genere, nel codice del 1983 al contrario fra i primi doveri viene menzionata l'obbedienza al proprio ordinario. Di quale continuità parliamo? Se davvero ci fosse stata una continuità non ci sarebbero stati tutti i "movimenti tradizionalisti". Se davvero ci fosse stata continuità, sul nuovo messale si sarebbe continuato a menzionare la la costituzione apostolica "Quo primum tempore" di S. Pio V, invece è stata sostituita dalla bolla "Missale Romanum" di Paolo VI. Non mi si venga a dire che questa sia continuità! Questa ermeneutica della continuità mi sembra solo uno specchietto per le allodole, o come diceva Ugo Tognazzi una benemerita "supercazzola"

Frontespizi dei Messali di S. Pio V (a sinistra) e di Paolo VI (a destra)

Tornando quindi al tema centrale, appare evidente che la distinzione che in vari modi già esisteva fra progressisti e conservatori, abbia avuto uno sviluppo consistente nel momento in cui la Chiesa ha voluto cambiare volto, facendo passare ciò che apparteneva al deposito della fede e quindi alla tradizione, come qualcosa di passato ormai non più di moda e quindi "tradizionalista" (nel senso dispregiativo del termine). Al contrario tutte le novità volute o conseguenti al Vaticano II, soprattutto in campo liturgico ma non solo, sono divenute appetibili sfruttando il fascino della novità. Di fatto ciò che era considerato da tutti come "cattolico" in senso stretto se paragonato alla novità è divenuto "tradizionalista".

Purtroppo però la novità che non porta contenuti è destinata ad eclissarsi fino a sparire, e questo è dimostrato dal ritorno di molti fedeli ad una liturgia dove al centro ci sia Cristo e non il prete. Lì dove la tradizione cattolica ha portato avanti con fatica i suoi valori, i frutti si vedono e sono frutti meravigliosi! I seminari tradizionali pullulano di vocazioni, mentre i seminari moderni nei quali ci si conforma al mondo esterno sono sempre più vuoti. Non pensino i monsignori "vaticansecondisti" che chi entra in un seminario della "Fraternità S. Pio X" piuttosto che nel seminario del "Cristo Re" o della Fraternità S. Pietro" sia tutto pizzi e merletti, perché quella fase esteriore e fascinosa prima o poi, in un modo o in un altro va inevitabilmente in secondo piano.

Il ritorno alla tradizione sarà inevitabile, e a dirlo sono i numeri stessi. Basti pensare che in Francia il numero dei seminaristi legati ad istituti "tradizionalisti" supera di gran lunga i seminaristi dei seminari "ordinari". In un articolo di Giuseppe Sandro Mela del 12 gennaio 2023 apparso su senzanubi.wordpress.com, il giornalista analizza alcuni dati che dovrebbero far riflettere tutti i vescovi non solo di Francia. Le vocazioni hanno avuto un tracollo vertiginoso generale, ma ciò che desta curiosità è che contemporaneamente i seminaristi delle realtà "tradizionaliste" crescevano sempre più.

Vogliamo dire che tutti questi ragazzi siano invasati da un irrefrenabile amore per i pizzi e i merletti? Pur ammettendo un'assurdità del genere, quanti di loro resisteranno davanti alle difficoltà di una vita comunitaria, dello studio, degli ordini dei superiori, o più in generale di una vita più dura tipica di un contesto legato alla formazione tradizionale? Sarà l'amore per i pizzi e i merletti a motivarli così tanto fino all'ordinazione sacerdotale? Ne dubito fortemente!

Seminaristi della Fraternità S. Pio X (fonte: fsspx.news/it/)

Voler distinguere fra progressisti e tradizionalisti, è qualcosa di assurdo perché significa in sostanza riconoscere implicitamente che tutto quello che c'è dopo il Vaticano II è in contrasto con ciò che c'era prima, ma questa distinzione, badate bene, non viene dagli ambienti tradizionalisti, ma al contrario da coloro che hanno rotto con la tradizione, e che di fatto hanno creato una distinzione oggi inevitabile.

Si può superare questa distinzione? Non è dato saperlo, possiamo fare tutte le nostre valutazioni e previsioni, ma in buona sostanza questa distinzione oltre ad essere profondamente radicata continua ad allargarsi sempre più. L'unica speranza a parer mio è che la Chiesa torni a vedere la Tradizione come qualcosa di costitutivo della Chiesa stessa piuttosto che qualcosa di scomodo di cui sbarazzarsi.


don Bastiano Del Grillo.


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lunedì 21 aprile 2025

Mons. Bruno Forte torna sulla comunione in bocca. Quando un vescovo pensa che i fedeli siano degli imbecilli!


Il giorno di Pasqua nella diocesi di Chieti si è consumato l'ennesimo atto di presunzione di un vescovo che pretende di essere il più migliore dei più migliori!

In un video diffuso sui social (trovate in allegato alla fine dell'articolo) si vede mons. Forte che in un impeto di profondissima carità apostolica spiega in pochi secondi come si debba ricevere la S. Comunione.

Peccato però che l'esimio monsignore abbia perduto l'occasione per starsene zitto, e ha iniziato a dire una serie di falsità impressionanti, ma andiamo con ordine.

Mons. Forte asserisce che Gesù nella istituzione della S. Eucaristia abbia usato il termine greco "Lambano" che secondo l'interpretazione del monsignore significherebbe letteralmente "prendere con le mani".

Il termine "Lambano" è si utilizzato da Gesù, ma non significa solamente "prendere con le mani", ma ha una svariata serie di sfumature e significati, quanto da lui asserito è profondamente equivoco e falso. Il termine greco infatti può essere tradotto anche con prendere, afferrare, impadronirsi, portare via, afferrare con la mente, ricevere ecc... per quale motivo debba essere tradotto esclusivamente con "prendere con le mani" non sembra essere chiaro. Appare piuttosto un tentativo maldestro di dare al testo originale un significato ideologico piuttosto che scritturistico e letterale.

In secondo luogo mons. Forte afferma che per secoli la comunione si è presa con le mani, e che solo in secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello di prenderla in bocca.

NULLA DI PIU FALSO!! Già nei primi secoli si era formata la coscienza dei fedeli della presenza reale di Gesù nell'eucaristia, e questa consapevolezza ha eliminato la pratica di ricevere l'Eucaristia con le mani. Quei secoli che lui definisce "oscuri" sono stati i secoli in cui si è sviluppata tutta la teologia cristiana, erano i secoli in cui sono nate le università e in cui il sapere e la cultura classica ha avuto enorme diffusione in tutta Europa. In questo periodo tuttavia non c'era nessuna preoccupazione per l'igiene, non esistevano fogne, non esisteva ancora una scienza medica e non si pensava minimamente che alla trasmissione delle malattie attraverso virus e batteri che ancora non si conoscevano. Il motivo per il quale si preferì la comunione in bocca è riconducibile esclusivamente al timore di profanazione Eucaristica diretta (furto di ostie) o indiretta (dispersione di frammenti). La Chiesa ha sempre considerato e ribadito che ricevere la Comunione nelle mani è un sacrilegio e un abuso gravissimo. Posizione che non è mai cambiata nel corso dei secoli ma solo dopo il Concilio Vaticano II. Quello che ha detto mons. Forte è quanto di più falso si possa dire!

Nel video mons. Forte dice che oggi la comunione si riceve in mano, con il gesto umile di stendere la mano e ricevere la Comunione.

Forse mons. Forte non sa (o lo sa ma fa finta di non saperlo) che la comunione sulla mano si è introdotta nella Chiesa a seguito di abusi che venivano commessi in America Latina negli anni '60. Le autorità ecclesiastiche invece di reprimere questo abuso lo hanno favorito, fino a quando Giovanni Paolo II lo ha esteso a tutta la Chiesa... una logica piuttosto curiosa!! Come se dicessimo che ci sono i pedofili e invece di reprimere la pedofilia la favoriamo... bel modo di ragionare!! Al di là di tutto ciò la possibilità di ricevere la Comunione in bocca NON È MAI STATA ABOLITA, e anche dopo la pandemia di covid la CEI ha stabilito che si poteva tornare a riceverla in bocca.

Andando avanti nel video mons. Forte raggiunge l'apice della sua ipocrisia, infatti fa intendere che la Chiesa e i vescovi hanno deciso che l'unico modo di ricevere la Comunione è sulle mani. FALSO FALSO FALSO!!! Mi domando, ma il nostro amico Bruno di quale chiesa parla? La CEI come detto al paragrafo precedente, al termine della pandemia, e più precisamente l'8 maggio 2023, ha revocato tutte le disposizioni anticovid compresa la distribuzione esclusiva della Comunione sulle mani. Sembra evidente quindi che mons. Forte va per conto suo, appartiene ad un'altra conferenza episcopale... non ci è dato sapere quale!!

Alla fine del video il nostro mons. da il meglio di sé, sottolinea infatti l'importanza di ubbidire con umiltà alla Chiesa... Beh non c'è che dire!! Lui è un esempio perfetto di umiltà e di ubbidienza alla Chiesa... ma come se non bastasse afferma che questa è la volontà di Gesù che si esprime nella volontà del papa e dei vescovi. Complimenti monsignore un perfetto esempio di come mettere in bocca a nostro Signore quello che passa per la vostra testa vuota!!

Ma voi caro mons. Forte, veramente credete che i fedeli siano così idioti e imbecilli da credere alle vostre enormi falsita? Veramente pensate che la gente non sia informata e non sia capace di ragionare con la propria mente e non sia in grado di leggere e comprendere i documenti della Chiesa?

Caro monsignore, qui l'unico a dover imparare cosa sia l'umiltà siete voi, che vi ergete a capo supremo e inarrivabile della Chiesa. Voi sareste capace anche di dare una spallata a Nostro Signore! Il vostro orgoglio e la vostra superbia è qualcosa che ormai ha stufato tutti i fedeli della vostra diocesi, e se non ci credete andate a leggere i commenti sotto il video del vostro discorso. Nessun vescovo in Italia arriva a tanta arroganza e tanta presunzione, sarebbe ora che vi interroghiate e comprendeste che anche voi avreste bisogno di un bell'esame di coscienza!

Con indignazione

don Bastiano Del Grillo 




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IL PAPA È MORTO, Oremus pro pontifice defuncto!


Dalle pagine di questo blog in più occasioni ho mosso ampie ed aspre critiche al pontificato di Papa Francesco, ora che il Papa è morto desidero fare una brevissima riflessione.

La morte del pontefice ci pone davanti ad una verità inoppugnabile, siamo solo una breve parentesi su questa terra, e se questo vale per qualsiasi mortale, possiamo dire che valga ancora di più per colui che assume il compito di guida suprema della Chiesa. Come sappiamo il Santo Padre non è il padrone della Chiesa, nemmeno il suo capo esclusivo. La Chiesa è si guidata dal Papa ma in qualità di vicario di quello che è il pastore assoluto che è Cristo! Ciò significa che anche il papa, per quanto possa essere osannato, idolatrato, e "santificato" dal giudizio dei fedeli, deve necessariamente essere sottoposto ad un giudizio supremo da parte di Dio.

In questo momento in cui il S. Padre Francesco ha terminato il suo cammino terreno certamente si troverà davanti al giudice supremo, di fronte a quel tribunale inappellabile e infinitamente giusto. Il pontificato disastroso appena concluso è certamente qualcosa di cui il S. Padre ora dovrà rendere conto.

Non serve ora stare a sottolineare nuovamente le contraddizioni, le incongruenze e le vere o presunte eresie di questo Papa, quello che ora ritengo sia necessario è pregare per la sua anima, con la speranza che prima di morire abbia avuto modo di convertirsi e chiedere perdono dei numerosi atti compiuti in questi anni che hanno portato la Chiesa nel baratro in cui si trova. Sono pienamente cosciente che lui non è il solo a dover rendere conto a Dio della situazione attuale, ma senza alcun dubbio Francesco ha accelerato in maniera impressionante il declino della Chiesa cattolica. 

Preghiamo per la sua anima, e in particolare preghiamo perché il buon Dio ci doni presto un papa santo che inizi a restaurare l'edificio spirituale del corpo mistico di Cristo.


don Bastiano Del Grillo 


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