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mercoledì 8 ottobre 2025

Il Papa e la questione sulla Messa in latino. Non è questione di ideologia o politica, ma questione di verità e coerenza di fede!


Nelle settimane scorse la testata "Crux" ha pubblicato un'intervista al Santo Padre nella quale, fra le altre cose, si chiedeva come intende affrontare la questione delle divisioni liturgiche all'interno della Chiesa. L'intervistatrice metteva in luce il delicato problema della Liturgia preconciliare, argomento molto spinoso che però bisogna affrontare con serietà e onestà intellettuale.

Le risposte del Santo Padre però hanno destato qualche malumore, infatti il pontefice ha posto la questione su un piano ideologico e politico che non focalizza affatto il problema e tradisce un'ignoranza profonda della questione.

Primo dato fondamentale che deve essere analizzato per dirimere la questione è comprendere che l'affezione della maggior parte dei fedeli verso la liturgia tradizionale o tridentina che dir si voglia, non è assolutamente legata a questioni di carattere ideologico o politico, e nemmeno di preferenza estetica. Purtroppo nel panorama "tradizionalista" ci sono diversi approcci alla liturgia tradizionale e a tutto ciò che vi ruota intorno.

Fra le varie congregazioni religiose legate alla Messa antica, quasi tutte dichiarano, più o meno esplicitamente, che la loro è una scelta che risponde ad una "preferenza" rispetto alla nuova Messa, scelta che tradisce di fatto un riconoscimento di legittimità della nuova Messa. Una legittimità che viene esplicitamente espressa anche negli statuti di queste congregazioni. La differenza, secondo il loro punto di vista, è di carattere puramente "esteriore". La Messa tradizionale trasmette meglio il carattere del sacro, esprime meglio la fede cattolica, sottolinea il carattere verticale della liturgia, imprime più efficacemente nell'animo dei fedeli le verità della fede e quindi sarebbe da preferire. tutte queste cose sono vere, ma questo, sempre secondo il loro punto di vista, non significa che la nuova Messa sia malvagia, ma che ha nel suo insieme un carattere più debole, ma che in sostanza non si discosta dalla teologia cattolica. Questi istituti non prendono le distanze in maniera netta e chiara dal "novus ordo missae", lo considerano solo pastoralmente meno efficace rispetto al "vetus ordo missae", di conseguenza il primo lo si accetta a denti stretti senza nessuna condanna esplicita, mentre il secondo è da preferire. In questo contesto non si fatica assolutamente ad accettare il "mostrum canonicum" del rito romano in due forme, come anche non si ha difficoltà ad inserirsi in quell'espressione che sa di presa in giro di "ermeneutica della continuità"

Sta di fatto che la realtà è leggermente diversa, il vetus ordo missae è e deve continuare ad essere l'unica espressione legittima della "Lex Credendi", e questo lo dico (si badi bene) non per una presa di posizione o per una sterile ed effimera "ideologia", ma perché è ciò che volle papa S. Pio V quando promulgò il "Missale Romanum" con la bolla "quo primum tempore". S. Pio V volle fare un operazione di codificazione definitiva della "Lex Orandi" in maniera tale che tutto l'orbe cattolico (seppur con qualche minima eccezione), esprimesse per sempre la propria fede nel medesimo modo. Il concetto di base è: "la fede non cambia e quindi non cambia il modo di esprimerla". E' vero che ci sono altri riti diversi dal romano, alcuni anche molto antichi che coesistono insieme dall'epoca apostolica, ma la Chiesa è sempre stata molto attenta affinché tutti siano espressione della vera fede, infatti S. Pio V non abolì i riti antichi presenti nell'orbe cattolico ad eccezione di quelli che non godevano di più di 200 anni di storia.

La stessa cosa non può essere detta della nuova Messa, è un rito completamente nuovo e diverso dal precedente e per accorgersene basta confrontare i messali. La nuova Messa assomiglia più al rito protestante, al punto che nei primi tempi della sua promulgazione alcuni teologi luterani ebbero parole di apprezzamento del nuovo rito, affermando che per loro non ci sarebbe stata difficoltà nel parteciparvi. Ecco le parole di Roger Adolphe Mehl, teologo e sociologo protestante:

«Se si tiene conto dell'evoluzione decisiva della liturgia eucaristica cattolica, della possibilità di sostituire il Canone della messa con altre preghiere liturgiche, della cancellazione dell'idea secondo cui la messa costituirebbe un sacrificio, della possibilità di comunicarsi sotto le due specie, non ci sono più di ragioni per le Chiese della Riforma di vietare ai loro fedeli di prendere parte all'Eucarestia nella Chiesa romana»[1]

Non a caso i cardinali Bacci e Ottaviani definirono il "novus ordo missae" «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa»[2] Stando a quanto detto ora e a quanto già dimostrato più volte dalle pagine di questo blog, risulta chiaro che qualsiasi tentativo di cambiamento radicale della liturgia così come avvenuto nel Vaticano II, assume un carattere di illegittimità, oltre che di evidentissima inaccettabilità teologica, difronte la quale non possiamo voltarci dall'altra parte.

Ne risulta che la scelta di assistere alla S. Messa tridentina non deve essere spinta da motivi di carattere estetico, politico o ideologico, ma è una scelta di verità liturgica, storica, dottrinale, teologica e di coerenza di fede.

Risulta chiaro che questo discorso non può essere accettato se non si accetta che il vero problema sono le riforme conciliari che coinvolgono non solo la liturgia, ma tutti gli aspetti vitali della Chiesa che sono stati scalfiti da queste riforme. Il modo stesso di intendere la Chiesa e il suo ruolo nel mondo è uno dei punti nevralgici della riforma del Vaticano II. La liturgia "montiniana" esprime questo modo di intendere la Chiesa che è in contraddizione con ciò che la Chiesa è. La vera ideologia estranea alla Chiesa e dal quale bisogna prendere le distanze è proprio quella del Vaticano II e delle sue riforme, e il primo passo per fare questo non può che passare dal rifiuto categorico, netto e definitivo di un modo di intendere la Chiesa che non le appartiene.

Fin quando si continuerà a credere che il problema della Messa è una questione di sensibilità, di preferenze estetiche, di ideologie non ben definite e di appartenenze politiche, il problema non troverà mai soluzione, o meglio, le soluzioni applicate saranno sempre insufficienti e palliative, come se si volesse curare solo il dolore di una malattia senza ricorrere al medicinale che porta alla guarigione.


don Bastiano Del Grillo


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Note:

[1] Cfr. R. A. Mehl, «Catholiques et protestants peuvent-ils se retrouver dans la communion eucharistique»? («Cattolici e protestanti possono ritrovarsi nella comunione eucaristica»?), in Le Monde, del 10 settembre 1972, pag. 12.

[2] Cardinali Ottaviani e Bacci, Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ» Presentato al Pontefice Paolo VI, 5 Giugno 1969

martedì 9 settembre 2025

Don Leonardo Maria Pompei sospeso a divinis.


Cari amici e lettori, come avete potuto notare è da molto tempo che non scrivo qui sul blog, il motivo è presto detto; con il caldo estivo ho voluto alleggerire il cervello e non pensare ai tanti problemi che purtroppo affliggono la Chiesa.


Detto questo devo però necessariamente intervenire su quello che è accaduto nei giorni scorsi; don Leonardo Maria Pompei, noto sacerdote che cura un canale YouTube, nei giorni scorsi ha comunicato tramite un video, la sua decisione di abbracciare il filone "tradizionalista" della Chiesa. Al momento non ci è dato sapere se aderirà a qualche congregazione di stampo tradizionalista, comunque sia a questa notizia ne è seguita un'altra: quella della sua sospensione a divinis.

Sembrerebbe che la causa sia da individuare nel fatto che il vescovo di Latina mons. Mariano Crociata abbia imposto a don Leonardo di non trasmettere più attraverso la piattaforma di YouTube, e che don Leonardo abbia disobbedito.

Il punto nodale però sembra essere sempre lo stesso: si usa l'obbedienza come arma di coercizione per chiudere la bocca a chi non si conforma al "modus operandi" e al "modus cogitandis" della Chiesa odierna.

Già abbiamo parlato sulle pagine di questo blog di come i vescovi trattino i sacerdoti che decidono di seguire la linea della tradizione, e don Leonardo è l'ultima vittima di questa caccia alle streghe.  

Ad ogni modo permettetemi di esprimere un parere del tutto personale e libero. È vero che ormai da molto tempo i vescovi hanno un atteggiamento alquanto ostile con chi si avvicina alla tradizione, ma dal mio punto di vista don Leonardo ha commesso un piccolo "errore di calcolo", mi spiego meglio: conoscendo i carnefici è necessario anche agire d'astuzia, cosa che a mio modesto parere è mancata a don Pompei. I nostri vescovi non aspettano altro che i loro avversari commettano errori per procedere con i loro piani diabolici di distruzione, e offrire loro l'occasione su di un piatto d'argento mi sembra poco fruttuoso e non fa altro che agevolare i loro intenti. L'atto di disobbedienza in cui don Pompei è caduto assomiglia molto ad una trappola per topi. La disobbedienza è lecita solo quando ciò che è comandato è contro Dio, la fede e la morale. Il comando di non trasmettere attraverso il canale YouTube di certo non va contro questa regola sacrosanta! Come specificato in un video trasmesso la sera del 5 settembre, don Leonardo giustifica questa scelta con la sua estrema necessita di continuare la sua opera di "apostolo". Comprendo perfettamente il suo tormento, ma ritengo poco prudente infilarsi nella bocca del drago sapendo che non aspetta altro che stritolare le ossa delle sue vittime.

Diverso sarebbe stato se fosse stato imposto a don Pompei, per esempio, di non celebrare la S. Messa solo perché è quella tridentina. Da questo punto di vista don Leonardo (ripeto che è una mia personale opinione) avrebbe commesso una leggerezza che poteva tranquillamente evitare, usando ad esempio il suo sito o il canale Telegram per qualsiasi comunicazione magari scritta, nella quale dava tutte le informazioni che voleva.

Resta comunque indiscussa la sproporzione che esiste fra il delitto e la pena! Non mi sembra per nulla proporzionata la sospensione così immediata solo per il fatto di aver pubblicato un video nella quale si racconta la proprio storia personale e nel quale si comunica una scelta riguardante la propria persona e il proprio sacerdozio. Questo mi spinge con tutto il cuore a rivolgere a don Pompei tutta la mia solidarietà e la mia comprensione.

Spero vivamente che questa vicenda possa concludersi in modo sereno, magari partendo proprio dal riconoscimento da parte di mons. Crociata della sproporzione fra delitto e pena, ma ancora di più spero che si metta fine a questo clima da inquisizione che non fa altro che esasperare gli animi e confondere ancora di più i fedeli.


don Bastiano Del Grillo


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domenica 8 giugno 2025

Papa Francesco; un papa tanto amato... ma non si sa bene da chi!


Con la morte di papa Francesco, il funerale, il conclave, e l'elezione di Papa Leone XIV, come sempre in questi casi, siamo stati costretti a sorbirci le varie maratone televisive in cui si dicono le idiozie più colossali al solo scopo di riempire il palinsesto televisivo. Questa dinamica si ripete ogni qual volta muore un personaggio di interesse globale, o quando un'evento coinvolge l'interesse di un ampio pubblico generale, penso ad esempio alla morte della regina d'Inghilterra e alla successiva incoronazione di Re Carlo III, eventi che hanno focalizzato l'attenzione anche di chi non appartiene al popolo inglese o alla chiesa anglicana.

Con la morte di papa Francesco il copione sembra non essere per nulla diverso. La particolarità in questo caso è la narrativa intorno al suo gradimento e al consenso popolare. Facciamo qualche passo indietro, a quella sera del 13 marzo 2013 quando il mondo vide un volto ai più sconosciuto, nessuno sapeva chi fosse quel "Bergoglio" annunciato dal card. Tauran. Nonostante questo i media iniziarono da subito una campagna "incensatoria" nei suoi confronti. Quello che prima nessuno conosceva era improvvisamente il miglior papa che la Chiesa poteva desiderare.

Nessuno conosceva quel cardinale dal cognome italiano e nessuno sapeva che cosa aveva mai fatto in vita sua, eppure i giornalisti iniziarono da subito a parlarne talmente bene pur non avendo ancora assistito a nessun atto ufficiale ad eccezione del discorso dalla loggia centrale della facciata di S. Pietro con il suo pittoresco "buonasera".


Sin da subito era evidente che esisteva l'intenzione di qualcuno di influenzare l'opinione pubblica, di creare a tavolino intorno al neo eletto, un'aura di santità e di consenso nella forma più ampia possibile. Tutte le testate giornalistiche hanno iniziato a parlare bene di questo nuovo papa, anche il Grande Oriente d'Italia, la più antica istituzione massonica in Italia, pronunciò parole di profondo apprezzamento per questa elezione, parole rinnovate ora in forma di cordoglio con la sua morte. Ogni atto del nuovo pontefice veniva enfatizzato e ingigantito come se fosse la cosa più straordinaria che ci potesse essere sulla faccia della terra. E' vero che molti atti furono compiuti per la prima volta da lui, ma era evidente che bisognava in tutti i modi creare consenso intorno alla sua figura. Chi ha buona memoria si ricorderà che appena un'anno dopo la sua elezione nacque una rivista specifica dal titolo "Il mio papa" edita da Mondadori sotto la direzione di Aldo Vitali. rivista pubblicata fino al 2020 quando venne chiusa. Tenete a mente questo fatto perché poi ci ritorneremo.

Gli osservatori più acuti e onesti ricorderanno che lo stesso atteggiamento mediatico di costruzione di consenso non si realizzò con papa Benedetto XVI, che al contrario venne da subito osteggiato e persino denigrato dai media sin dalla sua elezione e conseguentemente molto osteggiato anche dall'opinione pubblica più superficiale. Papa Ratzinger apparentemente non godeva della stessa stima da parte dei fedeli rispetto a quanto ne godeva papa Francesco. Venne subito apostrofato come "pastore tedesco" nell'accezione negativa del termine, venne definito austero, duro e impassibile, privo di capacità empatica. Ma chi si è sforzato di andare oltre a questa narrazione ha invece scoperto un uomo sentimentalmente molto profondo e a tratti dolce ed empatico, tutto il contrario di quello che hanno voluto far passare giornalisti e commentatori disonesti.

Non serve fare studi sociologici particolari per comprendere le dinamiche con cui i media influenzano le masse. La pubblicità dei prodotti commerciali in questo ambito è un chiaro ed emblematico esempio. Chi non ricorda il caso iconico del "Cacao Meravigliao"? Un prodotto del tutto inesistente che solo per il fatto di essere il fittizio e goliardico sponsor del programma Tv "Indietro tutta" di Renzo Arbore suscitò una curiosità tale che la gente andava nei negozi per acquistarlo, al punto che un'azienda decise di mettere sul mercato un prodotto che di fatto prima non esisteva, e che venne creato successivamente a quella fittizia pubblicità. L'impressione è che il gradimento delle masse intorno a papa Francesco sia un po' come il "Cacao Meravigliao", qualcosa che non esisteva e che si è voluto creare appositamente partendo dal nulla più assoluto. 


Qualcuno potrebbe pensare che sto esagerando, che papa Francesco ha contribuito lui stesso a crearsi il consenso intorno a se attraverso scelte coraggiose e frasi d'effetto come il "buongiorno" e il "buonasera" o il "buon pranzo" durante i suoi angelus in piazza S. Pietro, anche il suo apparente distacco dalle "ricchezze" vaticane e la sua vicinanza ai poveri sembra avergli fatto guadagnare numerosi punti di gradimento. Ma si sa che fra tanta gente superficiale ce n'è altrettanta più profonda e intellettualmente più acuta, che non si lascia ingannare dagli stereotipi propagandati.

Possiamo dire con assoluta certezza che questo papa sia quello che più di tutti gli altri ha cavalcato l'onda mediatica, e ha fatto dello strumento mediatico un mezzo di assoluta propaganda.


La campagna pauperista iniziale è stato uno dei caratteri più distintivi dei primi periodi del pontificato di Francesco. La scelta di vivere a S. Marta appariva come un atto di semplicità e di distacco dalla "ricchezza" del palazzo apostolico. Peccato però che questa scelta ha fatto schizzare i costi della sicurezza, S. Marta infatti non possiede quei "filtri architettonici" che ha il palazzo apostolico, è un edificio a ridosso del traffico cittadino di via di porta Cavalleggeri, a pochi passi dall'ingresso alla città del vaticano, un rafforzamento della sicurezza è stato per forza di cose necessario. Anche la scelta di utilizzare i suoi paramenti sacri al posto dei più antichi e sontuosi paramenti della sagrestia vaticana non è altro che uno specchietto per le allodole. L'uso della sua mitria vescovile all'inizio ha comportato l'adeguamento e il confezionamento di tutti gli altri paramenti sacri necessari per le celebrazioni papali, quantomeno la casula e le dalmatiche per i diaconi. Alcune mie informazioni mi hanno confermato che le spese della sagrestia vaticana hanno subito un picco con Francesco che non si verificò con Benedetto XVI, che al contrario utilizzava i paramenti storici della basilica senza la necessità di dover confezionare nuovi paramenti.


La simpatia che ha suscitato papa Francesco presso la gente non è stata così tanto maggiore rispetto a quella che ha succitato Giovanni Paolo II o anche lo stesso Ratzinger. Certamente la sua vicinanza ai poveri e agli emarginati ha avuto un peso notevole, ma di certo più incisivo di quanto Giovanni Paolo II possa averlo avuto presso i malati. Le immagini della lunga fila per il saluto a papa Francesco non sono per nulla paragonabili a quelle di Giovanni Paolo II, dove la gente rimase in fila per molte più ore rispetto a papa Francesco. 

Ciò che conta in questi casi è l'emotività che questi eventi suscitano nell'animo dei fedeli, ma non dimentichiamoci che può anche essere costruita ad arte. Papa Ratzinger dopo la sua morte venne quasi del tutto trascurato dai media, ma le file per andare a rendere omaggio al suo feretro non furono tanto meno corpose rispetto a quelle di papa Francesco.

La narrazione giornalistica e mediatica estremamente positiva nei confronti di papa Francesco si scontra però con alcuni fatti che non possono essere negati né taciuti. Innanzitutto bisogna considerare, ed è sotto gli occhi di tutti, che durante il pontificato di Francesco si è assistito ad un crollo vertiginoso e catastrofico delle offerte dell'8x1000, affiancato da un crollo di coloro che si dicono cattolici o in particolare che partecipano regolarmente alla S. Messa domenicale, fatto strano per un papa tanto amato. Evidentemente questo "amore" si fonda su qualcosa che non è la fede cristiana cattolica. Quanto detto è riscontrabile in numerose interviste andate o interventi di commiato andati in onda in tv o diffusi sul web. Uno degli interventi che più mi ha fatto riflettere è stato quello di Claudio Guerini di RDS, che in un suo commovente ricordo di papa Francesco, fa un elogio in rima di tutte le unicità e le particolarità personali e del suo pontificato. Tuttavia nel video girato su Facebook ribadisce il suo ateismo, e rimane addolorato di non essere riuscito a credere nonostante la testimonianza di Francesco. Questo fatto mi fa molto riflettere; possibile che un papa non sappia dare quegli elementi fondamentali che permettono al messaggio cristiano di convertire le anime? Possibile che una persona che apprezza l'uomo Jorge Mario Bergoglio nei suoi gesti unici e dirompenti non sia stato in grado di andare al cuore del messaggio evangelico di conversione? Di fatto una persona che apprezza ed elogia il papa e che dichiara di non essere riuscito a raggiungere la fede non è altro appare come un fallimento per un uomo di chiesa, fermo restando la possibilità sempre concreta che quell'uomo possa comunque aver ricevuto un seme da far germogliare nella sua anima.

La tv o il web sono pieni di esempi come questo appena riportato, un elogio della persona che termina con la morte della persona stessa.

La particolarità della predicazione cristiana sta nel lasciare l'interlocutore con il desiderio di abbracciare lo stile di vita di colui che gli ha predicato il vangelo, ma sembra che questa possibilità con papa Francesco e in generale nei predicatori di oggi sia piuttosto rara.

Molti elementi legati anche al funerale di papa Francesco hanno contribuito non poco a costruire un'emotività molto forte intorno a questo evento e naturalmente al papa stesso. Il fatto di aver scelto di essere sepolto a S. Maria Maggiore ha fatto si che in tanti si sentissero "dentro" a questo evento. Come rimanere indifferenti davanti alle due ali di fedeli, turisti, curiosi o semplici passanti che dalla basilica di S. Pietro a quella Liberiana hanno fatto da cornice al corteo funebre? Una immagine certamente commovente anche per il sottoscritto che questo papa non lo ha per nulla stimato. Ma è una commozione indotta dal contesto non certo da un sentimento sincero. Anche il luogo della sepoltura fa in modo che la tomba sia più "accessibile" rispetto alle tombe delle grotte vaticane. Se cosi non fosse stato probabilmente non ci sarebbero state lunghe file per entrare nei sotterranei della basilica vaticana.

Ad un mese dalla morte di papa Francesco cosa dire? Questo papa è stato così tanto amato come sembra? Ascoltando numerosi talk show mi è capitato di sentire dei commenti piuttosto sorprendenti! Molti commentatori che prima osannavano papa Francesco improvvisamente hanno iniziato a demolirne la sua teologia e la sua linea pastorale e di governo della Chiesa. Molto interessante questo atteggiamento nei confronti di papa Francesco se consideriamo che fino a qualche giorno prima ne esaltavano anche gli starnuti.

Ma ciò che trovo ancora più interessante è il silenzio in cui sembra essere caduto il pontificato di papa Francesco, è pur vero che il suo immediato successore sta catalizzando molto l'attenzione in questo momento, ma sembrerebbe che l'unico a citare papa Francesco sia proprio il solo papa Leone e nessuno più.

Ma alla fine di tutto sto papa Francesco è stato amato o no? E se si da chi?

A mio modesto parere, escludendo quei fedeli che avrebbero amato un qualsiasi altro papa a prescindere, non rimane nessun'altro se non poche categorie ristrette di persone. Gli unici ad averlo amato erano coloro che trovavano in lui uno che non li interrogasse più di tanto nella loro vita interiore. Quegl'atei che rimanevano nelle loro presunte sicurezze ma con una parvenza di vaga spiritualità indefinita, o quelle categorie di persone come trans o prostitute che si sono sentite accolte ma senza nessuno che gli dicesse "va e non peccare più". Quei giornalisti che trovavano in lui una fonte di stravaganze su cui scrivere fiumi di elogi, ma con tutta sincerità sembra che questo papa non ha lasciato per nulla un segno indelebile nell'anima della Chiesa, ne per i suoi discorsi o la sua erudizione teologica o filosofica, ne per le sue omelie o per i suoi gesti.

Sembra evidente quello che da dodici anni viene detto da più parti, ovvero che questo papato è stato un disastro che ha lasciato la chiesa spaccata, divisa, frammentata e confusa. La storia ci smentirà o ci dara ancora più ragione, per ora preghiamo che questo papa appena eletto riesca a farsi guidare dallo Spirito Santo e non dallo spirito del mondo o peggio ancora dallo "spirito del concilio" di cui papa Francesco ne è stato un drammatico strumento di attuazione.


don Bastiano Del Grillo


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martedì 20 maggio 2025

Da un papa di "transizione" ad un papa di "pacificazione" prime considerazioni su Leone XIV


Questo periodo è stato segnato dell'evento del conclave, che più di qualsiasi altro evento catalizza l'attenzione sia dei fedeli cattolici che di chi non crede. In questi giorni ne abbiamo sentite tante, da chi osanna questo papa a chi lo inizia subito ad attaccare.

Fino ad ora ho voluto esimermi dal formulare una qualsivoglia analisi, il motivo risiede soprattutto nella volontà di non farmi trascinare dall'emozione e dai sentimenti, ma di avere degli elementi concreti su cui costruire un'opinione più realistica possibile e meno sganciata da aspettative personali vaghe.

Ad oltre 10 giorni dall'elezione del card. Prevost al soglio pontificio, sento di avere quegli elementi sufficienti per formulare una bozza di opinione riguardo a questo pontificato che si sta aprendo, pur sottolineando che al momento tutto può variare e prendere ancora direzioni e pieghe inaspettate, infatti la frase che forse ho pronunciato più volte in questi giorni è: "aspettiamo, vedremo quello che succederà".


Il primo impatto

Appare piuttosto chiaro ed evidente che non ci si può basare sulla prima impressione che il nuovo papa ha dato di se uscendo dalla loggia centrale subito dopo l'"habemus papam", come detto prima, l'emozione non permette di avere un'idea obiettiva, tuttavia alcuni elementi esteriori parlano da soli, pur nella consapevolezza che questi elementi possono dire tutto o nulla. Vedere papa Leone affacciarsi dalla loggia con la mozzetta e la stola pontificale ha certamente ridato agl'occhi di molti fedeli l'impressione di trovarsi davanti ad "un papa", e non semplicemente ad un uomo con una talare bianca come successe con Francesco. Con questo non intendo dire che Francesco non fosse papa, ma se è vero che l'abito non fa il monaco è pur vero che il monaco lo riconosco dall'abito.

Dopo l'esperienza "franceschiana" non era scontato vedere il papa affacciarsi alla loggia con la mozzetta e la stola pontificale, in altre parole diremmo che quello che prima era del tutto normale oggi appare quasi una "rivoluzione" o un "tornare indietro". Per questo motivo ne mi entusiasma vedere il papa affacciarsi nuovamente vestito con mozzetta e stola, ma neanche mi lascia indifferente, semplicemente concludo dicendo a me stesso che Francesco non c'é più e ora c'è Leone. L'aver scelto di affacciarsi alla loggia vestito "da papa" non significa che abbiamo un papa tradizionalista ma nemmeno un progressista di quelli sfrenati.

Le prime parole che il pontefice ha pronunciato hanno colpito soprattutto perché non sono state parole vaghe pronunciate a braccio, gesto mai fatto dai suoi predecessori, il papa infatti ha scelto di scriversi quantomeno una bozza di appunti sulla quale basarsi per salutare i fedeli.


Questo gesto lo ritengo molto significativo, e lasciatemelo dire, anche molto rispettoso nei confronti dei fedeli. Il papa secondo il mio pensiero, non ha voluto lasciarsi prendere e incatenare dall'emozione, ma ha voluto che quel momento fosse come un primo atto di magistero, una sorta di programma sommario di quello che intende fare, ovvero pensare e riflettere su ogni parola del suo ministero, per evitare (a mio modesto parere) qualsivoglia confusione o mala interpretazione delle sue parole, d'altro canto l'esperienza confusionaria provocata dal suo predecessore deve necessariamente essere archiviata se non addirittura rettificata nel profondo. Con questo atto (sempre secondo la mia interpretazione) papa Leone ha voluto dirci "con me non ci sarà spazio all'improvvisazione".

Passando invece al contenuto del suo discorso, il ragionamento si fa più complesso. Il papa ha esordito con le parole di Gesù Cristo dopo la risurrezione: "la pace sia con voi". un saluto molto diverso dal "buonasera" di Bergoglio. Un saluto evangelico ma anche molto programmatico e se vogliamo per nulla scontato. Nel contesto internazionale drammatico che il mondo sta vivendo, l'unico augurio sensato che ci possa essere è quello della pace, ma non una pace qualsiasi, ma quella del Cristo risorto! Tuttavia la pace fra i popoli non è l'unica pace di cui il mondo ha bisogno, appare sempre più chiara l'intenzione emersa durante le congregazioni cardinalizie di realizzare una riappacificazione del tutto necessaria all'interno della Chiesa. Il pontificato di papa Francesco, è innegabile, ha lasciato in eredità una chiesa spaccata, divisa, lacerata al suo interno fra progressisti affamati di novità e tradizionalisti perseguitati come eretici. Appare quindi necessario cercare di ricucire questi strappi e rinsaldare le fratture interne della Chiesa, per poi procedere ad un cammino di verità autentico. Non sappiamo ancora in che direzione il papa vorrà posizionare il timone della barca di Pietro, ma appare chiaro che l'intenzione del collegio cardinalizio sia stato quello di scegliere una figura che plachi gli animi, vedremo se sarà così.


Il pontefice ha più volte ribadito l'importanza della centralità del Cristo-Dio, non solo nel primo discorso dopo l'elezione, ma anche in altri discorsi, primo fra tutti quello nella Messa nella cappella sistina insieme ai cardinali, nella quale ha tracciato delle sommarie linee guida sulle quali impostare il cammino della Chiesa, Linee che sembrano scontate, ma che dopo il pontificato disastroso di Francesco non appaiono più cosi scontate. L'importanza di riconoscere Gesù non solo come vero uomo, ma soprattutto come unico e vero Dio sotto il quale possiamo trovare salvezza, non è per nulla scontato dopo un pontificato distaccato dalla verità soteriologica del Cristo e basato sul sentimentalistico "volemose bbene". Dobbiamo certamente attendere e vedere come questo si realizzerà nel concreto, soprattutto in relazione all'ebraismo e al mondo islamico.

Tornando al discorso dell'elezione, un altro elemento non trascurabile è il richiamo alla costruzione di ponti, ma qui lasciatemi fare una premessa. Purtroppo nell'ultimo pontificato siamo stati abituati a intendere la parola "ponte" con delle accezioni non cattoliche come ad esempio un modo per passare da un'opinione ad un'altra o nell'accezione di "incontro" fine a se stesso. Il termine "ponte" è alla base della parola "pontificato" il papa è per sua natura un "costruttore di ponti", fra Dio e gli uomini. L'uso di questo termine non deve spaventarci perché il papa è chiamato a creare un ponte fra le civiltà cristiane cattoliche e il mondo pagano in cui si trova ad operare. Se non altro dobbiamo augurarci che questo papa abbia bene in mente che i "ponti" che dobbiamo costruire servono per far passare Dio nei cuori di chi è lontano da lui, e non per realizzare "fratellanze" indefinite fondate sul sincretismo religioso o su non si sa bene cosa. Ma date le premesse, e considerando il concetto di missionarietà che emerge dalle sue parole, non sembra che questo papa sia su questa linea "franceschiana". Certo è che il discorso fatto in occasione dei saluti alle rappresentanze di altre religioni presenti il giorno di inizio pontificato lascia l'amaro in bocca. Papa Leone ha ribadito l'intenzione di creare fraternità, di continuare il lavoro di Francesco nel costruire dialoghi di pace ecc. Anche qui dobbiamo attendere, pregare e sperare che pur mantenendo un linguaggio simile a quello del suo predecessore, le intenzioni siano diverse, ribadendo l'assoluta verità della salvezza nel Cristo Uomo-Dio fondamento di ogni vera fratellanza e di ogni pace possibile.

Il richiamo alla sinodalità della Chiesa è un altro punto critico. Senza dubbio il concetto moderno di sinodalità deriva dal Vaticano II, che ha voluto dare seguito al concetto di collegialità voluto dallo stesso concilio. Questo concetto porta in se una sorta di "democratizzazione" della Chiesa che rischia di sminuire, appiattire e soffocare il ruolo di "capo supremo" della Chiesa di cui il papa è investito. Nella Chiesa dei primi secoli, i concili venivano chiamati anche "sinodi", ma alla base c'era sempre in concetto piramidale della Chiesa, nella quale la discussione teologica e spirituale aveva un ruolo fondamentale per la comprensione delle verità di fede. Se è vero che questo papa ha più volte usato il termine "sinodalità", è anche vero che Leone si è più volte dichiarato con il titolo di "vicario di Cristo". I due concetti riletti in relazione fra loro creano un campo ben diverso dal concetto di "sinodalità" inteso da Francesco, che ricordiamolo, non si è mai voluto definire "vicario di Cristo". Se Leone è ben cosciente del suo ruolo di "vicario di Cristo" saprà intendere la sinodalità per quello che dovrebbe essere, ovvero un mezzo consultivo e di ascolto del corpo ecclesiale, ben distante dal ruolo decisionale, democratico e governativo attribuitogli dal suo predecessore. Il richiamo alla frase di sant'Agostino che il papa ha fatto durante il discorso, "con voi sono cristiano, e per voi sono vescovo" fa ben sperare che Leone ha piena coscienza che lui non è semplicemente uno fra tanti, ma è il capo chiamato a governare con l'autorità di Cristo. Sarà così? Anche qui il tempo ci farà scoprire il volto di Leone XIV.


Il "tutti" più volte ripetuto lascia certamente perplessi, in linea teorica non dovrebbe allarmarci più di tanto se lo intendiamo nell'accezione classica e tradizionale. Che la Chiesa sia "cattolica" ovvero universale e rivolta a tutti non è una novità, il problema semmai è che oggi ci hanno abituato ad intendere il termine "tutti" in un'accezione talmente allargata fino al punto di dare, ad esempio all'accoglienza indiscriminata un valore dogmatico. A tal proposito basti pensare a tutto il dibattito sulla traduzione del "pro multis" della S. Messa che arbitrariamente diventa un "per tutti". La Chiesa accoglie tutti certamente, dialoga con tutti, ma non per questo si deve pretendere che tutti ne facciano parte. Resta ovvio che se il messaggio è destinato a tutti, non si può dire lo stesso per la salvezza, che è destinata solo a quei "molti" che accolgono il messaggio di salvezza e si sottomettono alla verità rivelata dal Cristo. Ribadire le verità della fede non significa essere discriminanti o non essere accoglienti, significa indicare a tutti la strada della salvezza, resta a noi la scelta se seguirla o meno. Anche qui vedremo quale sarà il modo e quale sarà il significato che Leone vorrà dare a questo termine.


Un nome un programma?

Il card. Prevost ha voluto chiamarsi "Leone", il che fa pensare ad un infinità di cose. Lui stesso ha detto di essersi ispirato a Leone XIII, un papa che ha scritto delle encicliche importantissime, che ha regnato in un periodo particolare nel quale non gli fu possibile esercitare il così detto "potere temporale". Leone XIII infatti si trovò a guidare la Chiesa nel periodo compreso fra la presa di Roma e i patti lateranensi, quindi di fatto non è mai stato capo di stato ma solo capo della Chiesa come istituzione religiosa. Tuttavia Leone XIII è stato un papa di grande vicinanza ai temi sociali che si condensarono dell'enciclica "Rerum Novarum", ma anche un papa di grande spiritualità. A lui dobbiamo la composizione dell'"Esorcismo Minore" dal quale scaturisce la preghiera a S. Michele che egli stesso ha voluto che si recitasse al termine di ogni S. Messa letta. Sappiamo come questa decisione avvenne a seguito di una famosa visione che il pontefice ebbe al termine della celebrazione della S. Messa. Visione nella quale vedeva la Chiesa attaccata dai demoni dal suo interno.

Alcune coincidenze devono necessariamente essere prese in considerazione e rilette come "segni" dall'alto: Leone XIV è stato eletto l'8 maggio, nel giorno in cui la Chiesa ricorda l'apparizione di S. Michele e la Madonna di Pompei. In un tempo in cui la gente va alla ricerca spasmodica di "messaggi divini" perché trascurare queste coincidenze? Questo papa avrebbe potuto chiamarsi Francesco II, piuttosto che Giovanni Paolo III, ma se il nome scelto identifica un "programma di pontificato" non si può rimanere indifferenti davanti a questa scelta. Anche qui la scelta può significare tanto ma può non dire nulla.


Liturgia e tradizione

Alcune indiscrezioni ci dicono che papa Prevost sia un grande estimatore della Messa Tridentina, e che il papa l'abbia celebrata più volte in privato. Quanto sia vera questa indiscrezione non lo sappiamo, ma il discorso pronunciato in occasione dell'udienza alle Chiese cattoliche orientali ci fa pensare che il suo approccio alle tradizioni liturgiche antiche sia piuttosto favorevole. Senza entrare troppo nell'analisi del testo in questione, ritengo importante sottolineare come il papa abbia evidenziato la necessità di "sensibilizzare i latini" alla ricchezza delle liturgie orientali, e perché non iniziare a farlo attraverso la conoscenza della liturgia romana antica? Leone ha affermato che "abbiamo bisogno di recuperare il senso del mistero" e perché non iniziare a farlo partendo dalla celebrazione della Messa tridentina?

C'è una frase che più di tutte mi ha colpito, e la riporto per intero:

"[...] quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia, dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (penthos), così tipici delle spiritualità orientali! Perciò è fondamentale custodire le vostre tradizioni senza annacquarle, magari per praticità e comodità, così che non vengano corrotte da uno spirito consumistico e utilitarista."[1]

Questa parte del discorso è incredibilmente applicabile alla liturgia Romana tradizionale, nella quale emerge particolarmente il "primato di Dio, il valore della mistagogia, dell'intercessione incessante, della penitenza, del digiuno del pianto dei propri peccati e dell'intera umanità." Queste tipicità che il papa ritrova nelle liturgie orientali sono tipiche anche nella liturgia tridentina, che purtroppo però ha subito quello che il papa spera che non accada nell'oriente. La Chiesa latina infatti ha annacquato e corrotto la propria tradizione liturgica per seguire una presunta praticità e comodità, spinta soprattutto da uno spirito consumistico e utilitaristico che potremmo identificare nel famigerato "spirito del concilio".

Potrà essere tutto questo un preludio ad un ritorno stabile, duraturo e fortemente motivato alla liturgia tradizionale? E' ancora presto per dirlo, ma di certo ci sono dei buonissimi presupposti perché questo possa avvenire. Dobbiamo solo sperare e pregare!


Considerazioni e conclusioni

Concludendo questo breve esame che nasce da una prima e superficiale analisi delle parole e dei gesti di papa Leone XIV, mi sento di dover dire qualcosa che ritengo molto più importante di quanto detto finora.

In questi giorni ho letto molti articoli su questi primissimi passi di papa Leone, la cosa che spesso mi ha irritato è vedere due atteggiamenti uguali ma opposti; da una parte i progressisti più "avantisti", convinti che questo papa possa mettere da parte l'opera demolitrice di Francesco e frenare le loro smisurate smanie di riforma, oltre che a temere lo spettro del ritorno ad un passato troppo legato ai dogmatismi, e dall'altra quei  "tradizionalisti benpensanti da salotto" che che hanno iniziato a lamentarsi di questo papa come un progressista convinto perché parla di sinodalità, di "fratelli tutti" di continuità con il concilio Vaticano II ecc.

Partendo dal presupposto che il tradizionalismo di cui parliamo è una categoria nata dopo il Vaticano II, e che la Tradizione in senso stretto è un concetto nobile legato al concetto stesso di "fede cattolica", personalmente non posso definirmi ne un progressista, ma nemmeno un tradizionalista di quelli legati ad una Chiesa che non esiste più e che non tornerà mai in essere. Se proprio dovessi catalogarmi mi definirei un cattolico legato alla tradizione vera, quella che ha a cuore il bene delle anime, quella tradizione così come intesa da mons. Lefebvre, ovvero quell'insieme di tesori spirituali, liturgici e teologici necessari alla conservazione e alla diffusione della fede cattolica[2]. Chiarito questo concetto di "Tradizione" ritengo di dover dare alla realtà un valore oggettivo. Non è pensabile che un papa arrivi e dall'oggi al domani possa con un colpo di spugna eliminare tutto quello che è stato costruito in bene o in male nell'arco di sessant'anni. Il collegio cardinalizio  chiamato ad eleggere oggi il successore di Pietro, e in generale tutto il corpo episcopale della Chiesa di oggi, si è formato nel "mito del concilio" e non si poteva pretendere che da quel cilindro magico della Sistina potesse uscire uno che buttasse all'aria tutto quello su cui questi signori hanno costruito la loro stessa esistenza.

Lasciamo da parte i sogni e proviamo a ragionare ad occhi aperti. Molti di questi uomini vengono dal concilio, lo hanno vissuto, lo hanno plasmato, o quantomeno sono figli di quell'epoca. Gli anni immediatamente successivi al concilio sono per loro come un meraviglioso pavimento cosmatesco creato dalle loro stesse mani, pensare che uno di loro lo smantelli significa come chiedere ad uno di loro di demolire il "luogo" su cui hanno mosso i loro passi fin dai primi anni del loro sacerdozio. Questi uomini non hanno la capacità di vedere in maniera obbiettiva il disastro arrecato alla Chiesa dal concilio, e anche se sono pienamente consapevoli di trovarsi davanti ad un evidente decadimento della Chiesa, non lo attribuiscono affatto a quell'evento a cui sono legati indissolubilmente anche da un aspetto emozionale e sentimentale. Per loro il concilio vaticano II "è la Chiesa".

Se Leone cita papa Francesco, il concilio, la sinodalità e tutte queste cose moderne e moderniste lo fa non solo perché gli e dovuto, ma perché è figlio di quel modo di intendere la Chiesa, la teologia, la spiritualità e il papato. Forse questo è un male, ma è una realtà che a denti stretti dobbiamo accettare. 

Un colpo di spugna oggi non porterebbe ad alcun risultato se non quello di creare ulteriori spaccature, confusioni e scismi deleteri per la salute delle anime. Non dimentichiamoci che gli scismi, oltre ai loro attori principali, hanno sempre portato molte anime verso la confusione, l'eresia e addirittura all'apostasia. Pensare oggi ad un papa che agisca con il pugno duro, significa non aver a cuore il bene delle anime meno edotte e dottrinalmente più fragili che frequentano, spesso inconsapevolmente, le nostre parrocchie, e considerando le enormi lacune del popolo santo di Dio in materia di dottrina e di morale, si rischierebbe di consegnarle alla dannazione eterna. E' questo quello che vogliamo?

Certo, papa Leone XIV con molta probabilità non sarà quel tipo di pontefice che correggerà gli errori moderni, ma senza alcun dubbio non sarà nemmeno quel tipo di papa che ridurrà il papato ad una barzelletta come avvenuto sotto il pontificato di Francesco. Tuttavia dobbiamo avere la speranza che questo pontefice si lasci guidare dallo Spirito Santo, e che riceva delle grazie di stato particolari che lo aiutino a fare scelte che possano porre le basi per un ritorno all'ortodossia della fede.


L'unica cosa che è in nostro potere, e ce ne dimentichiamo troppo spesso, è la preghiera in tutte le sue forme, soprattutto quella di supplica e di intercessione. Ci siamo abituati nostro malgrado, a vedere la Chiesa come una realtà umana, ma non scordiamoci che la Chiesa è di Cristo, ed è una realtà soprannaturale. Cadere nello sconforto di non avere un papa come lo vorremmo noi, equivale a mettersi al posto di Dio e dire che Dio ha abbandonato la sua Chiesa, quella Chiesa a cui Cristo stesso ha assicurato che "le porte degli inferi non prevarranno" (Mt. 16,18).

Probabilmente questo papa ci deluderà su molte cose, e forse non serve aspettare molto, ma potrebbe anche stupirci, aprire porte inaspettate, nominare vescovi o capi di dicastero ricchi si capacità evangeliche e di santità, non possiamo ancora saperlo. E' vero che papa Francesco ci ha gettati nello scoraggiamento, nella sfiducia e nell'angoscia, ma non possiamo continuare a vivere nello sconforto, sforziamoci almeno in questa fase iniziale di questo nuovo pontificato di esercitare la virtù di speranza. Supplichiamo Dio Padre perché guidi questo papa nel suo ministero petrino, che lo accompagni passo passo a ricostruire le basi della Chiesa. Invochiamo l'intercessione dei santi perché ci aiutino a sostenere il pontefice in questo compito così grave, difficile ma meraviglioso di restaurazione della Chiesa, e affidiamolo alla nostra Madre Maria Ss.ma Ausiliatrice perché protegga il Leone dalle iene e dai lupi, affinché schiacciando la testa del drago antico, trionfi il suo cuore immacolato.


don Bastiano Del Grillo


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Riferimenti:

[1] Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Chiese Orientali. Aula Paolo VI, Mercoledì 14 maggio 2025.

[2] Cfr. Storica dichiarazione di mons. Marcel Lefebvre, 21 novembre 1974



domenica 11 maggio 2025

Chiesa Cattolica in uscita? Si ma per cessata attività!

Anche se la narrazione generale vuole far credere che la Chiesa Cattolica soprattutto con Francesco, sia in una fase di rinnovamento e di "apertura" in realtà da diversi decenni si assiste ad un processo molto lento ma costante che se meglio analizzato fa pensare ad una Chiesa che è in fase di liquidazione. Per comprendere questo bisogna essere degli osservatori piuttosto arguti e soprattutto saper confrontare ciò che si osserva alla luce di ciò che è avvenuto nel passato per comprendere che la strada imboccata dalla Chiesa è una via piuttosto accidentata e pericolosa che sta portando ad una lenta dissoluzione della Chiesa stessa. Questo processo però ha degli elementi previsti e prevedibili soprattutto da parte di coloro che intenzionalmente, sfruttando spesso l'ignoranza della storia che caratterizza molti fedeli e aimè gran parte del clero, mirano a smantellare a piccoli colpi la struttura di governo della Chiesa. La massoneria in questo ha un ruolo cruciale, perché è noto a molti come questa organizzazione segreta abbia una concezione politica societaria e religiosa molto diversa dalla concezione che ne ha la Chiesa. La gravità consiste nel fatto che, soprattutto nel clero, questo non è compreso, e spesso si fatica a comprendere perché massoneria e Chiesa Cattolica siano due realtà antitetiche e con pensieri apparentemente simili ma profondamente in contrasto fra loro. Questa premessa è necessaria per comprendere che molti mali attuali della Chiesa nascono appunto dal pensiero massonico infiltrato in essa. Questo articolo, pur non volendo analizzare il fenomeno della massoneria, non può non tenere conto di questa influenza.


L'accorpamento delle diocesi. Cosa insegna la storia?


Il fenomeno dell'accorpamento delle diocesi sembra ormai non destare nessuna sorpresa, viene considerata una prassi ormai consolidata capace di portare numerosi vantaggi. Questo fenomeno però non dev'essere sottovalutato, perché tutto ciò che riguarda il governo della Chiesa ha uno scopo soprannaturale che è quello della salvezza delle anime, e non meramente pratico, politico, o economico. Certo, anche nella Chiesa spesso si parla di "spendig review", ma questo in realtà è un falso problema, l'accorpamento delle diocesi infatti non porta vantaggi economici se non di carattere alquanto marginale.


Per comprendere la pericolosità di questo processo di accorpamento è sufficiente osservare il modo come la Chiesa si sia diffusa nel mondo; i missionari portavano il primo annuncio del vangelo, si formavano piccole comunità che pian piano si ampliavano, si venivano così a creare le così dette "missioni" dalle quali poi scaturivano altre comunità che si moltiplicavano via via come piccole cellule. Roma inviava in questi luoghi dei "delegati pontifici", che successivamente verranno chiamati "nunzi apostolici". Questi delegati del papa avevano il compito di organizzare e curare l'apostolato in un luogo circoscritto o anche in un intero continente. Il delegato pontificio quindi diventava una sorta di "super vescovo" spesso a capo di territori molto ampi, il suo compito era quello di permettere non solo la diffusione del vangelo, ma anche di organizzare l'apostolato sul territorio, creando dapprima delle diocesi molto vaste, e man mano che scaturivano vocazioni distribuirle in nuove parrocchie appositamente erette per poter capillarizzare il più possibile l'apostolato. Quando ormai le parrocchie iniziavano ad essere tante, il territorio di queste macro diocesi veniva suddiviso in altrettante diocesi più piccole, nominando nuovi vescovi allo scopo di settorializzare il governo e permettere agli stessi di poter governare e assistere meglio le anime.


L'interesse dei pastori, anche se non l'unico, era quello di poter conoscere meglio il territorio e i suoi abitanti, essere pastore di una piccola porzione del gregge per poterlo seguire, ascoltarlo e servirlo più da vicino.


E' chiarissimo quindi l'importanza della creazione di nuove diocesi più piccole con parrocchie al suo interno capaci di garantire l'assistenza spirituale anche delle comunità più sperdute.

Questo processo ha portato la Chiesa cattolica ad essere presente in maniera capillare su tutto il territorio europeo e in tutte quelle realtà extraeuropee dove si è diffuso il cristianesimo. In Italia ad esempio ogni piccolo comune ha almeno una parrocchia, e spesso anche le frazioni più piccole avevano esse stesse una parrocchia o una piccola cappella. l'enorme presenza di edifici sacri che abbiamo in Italia non fa altro che mostrare la capillare presenza della Chiesa nella vita del popolo cristiano.


Già agli inizi del '900 si era iniziato a discutere della riorganizzazione territoriale delle diocesi italiane, ma dalla fine degli anni '70, e poi più massicciamente negli anni '80 del secolo scorso, si è assistiti ad un fenomeno sempre più frequente, quello della riduzione delle diocesi tramite l'unificazione di diocesi vicine, ricorrendo spesso ad una vera e propria soppressione o ad un peggiore smembramento di diocesi più piccole. Uno dei criteri utilizzati era di far corrispondere le diocesi con le regioni o le province in cui si trovavano. C'è da dire che in molti casi era necessario, in quanto molte diocesi erano state erette per semplici privilegi e a volte contavano al loro interno un numero ridicolo di parrocchie. Giusto per portare qualche esempio, la diocesi di Guardialfiera in Molise contava nel suo territorio otto comuni[1], mentre la diocesi suburbicaria di Ostia, che pur avendo una storia e un ordinamento particolare, contava due parrocchie, e addirittura nel 1948 solo una, che corrispondeva alla chiesa cattedrale[2]. Altri esempi potrebbero essere tutte quelle micro diocesi che corrispondevano spesso ad un singolo comune e che avevano la sede vescovile solo per privilegio o per ragioni storiche spesso fantasiose. Un altro caso piuttosto curioso è quello della diocesi di Cassino, che corrispondeva non solo al territorio dell'abbazia, ma anche a tante parrocchie sparse per il centro Italia che però, pur essendo territorialmente in un'altra diocesi, giuridicamente dipendevano dall'abate di Monte Cassino. Ovviamente in questi casi era inevitabile una riorganizzazione ragionevole che prevedesse una soppressione di quelle micro diocesi obiettivamente inutili e un riassetto del governo che potesse veramente essere utile per un buon apostolato.


Bisogna aggiungere che in molti casi le diocesi si erano moltiplicate anche in virtù del fatto che gli spostamenti e i collegamenti del passato erano spesso difficoltosi, e non permettevano ai vescovi di raggiungere agilmente molti luoghi a loro soggetti, ma con l'avvento dei mezzi di trasporto e la costruzione di infrastrutture moderne sono venuti meno quegli impedimenti di carattere strutturale che rendevano complicato lo svolgimento del ministero episcopale.


La situazione oggi


Alla luce di quanto detto finora, in alcuni casi appariva giustificato e magari anche necessario un riassetto dei territori diocesani, ma la situazione odierna giustifica ancora questo riassetto?


A mio modesto parere se era necessario intervenire nella revisione delle diocesi questo non significa dover a tutti i costi continuare a farlo all'infinito. In questo panorama di revisionismo, volendo utilizzare un termine caro a papa Francesco, stiamo smantellando quel sistema di prossimità che è una delle basi dell'apostolato delle diocesi. Ultimamente si assiste all'unificazione delle diocesi "in persona episcopi", ovvero un vescovo che è titolare di due o più diocesi che mantengono le strutture governative, mantengono la titolarità, la loro sede e la loro identità giuridica, tutto questo però sotto un unico vescovo. Questo sistema è giustificato da Roma con la volontà di ridurre il numero dei vescovi, anche perché dal punto di vista economico il risparmio è pressoché nullo, infatti spesso le curie rimangono distinte mantenendo i vari uffici diocesani propri.


Ma che senso ha unire due o più diocesi attraverso questo sistema? Veramente il problema è il numero eccessivo di vescovi? La risposta è "NI". 
Anni fa ebbi modo di colloquiare con un sacerdote che frequentava come studente l'accademia ecclesiastica a Roma, l'istituto che forma i diplomatici vaticani e che spesso finiscono a ricoprire ruoli molto importanti anche nel governo della Chiesa. Durante la chiacchierata mi confessò che uno dei più grandi problemi del dicastero per i vescovi era trovare candidati capaci di assumere il ruolo di governo episcopale, perché il livello culturale del clero è molto basso e questo si traduce in molti casi nella enorme difficoltà da parte di Roma di scegliere candidati sufficientemente all'altezza del ruolo richiesto. Questo sacerdote mi disse che uno dei motivi per i quali si riducono le sedi episcopali non è solo spinto dalla necessità di riorganizzare i territori, ma anche perché non si trovano preti capaci per essere vescovi. Se questo fosse vero, e la fonte sembra essere attendibile, ci troveremmo davanti ad un criterio molto ma molto preoccupante!


Quanto detto però ha dei riscontri, basti osservare la qualità dell'episcopato italiano: un disastro totale! In Italia abbiamo vescovi che non hanno minimamente idea di cosa significhi curare le anime, essere pastori e governare. Anche se fra i criteri di scelta sembrerebbe esserci quello di avere candidati con almeno una licenza o un dottorato in teologia, questo non è una garanzia, infatti conseguire una licenza o un dottorato presso una qualsiasi università pontificia, è tutt'altro che opera da titani. Quanti vescovi dimostrano ignoranza e disinteresse sul piano liturgico piuttosto che amministrativo? Posso avere una licenza in sacra scrittura ma avere anche profonda ignoranza in diritto canonico, tanti vescovi si ritrovano nei guai proprio perché spesso ignorano le norme canoniche creando a volte delle situazioni canonicamente complicate. Basti pensare a tal proposito al caso delle monache di Pienza, che si trovavano in un monastero canonicamente eretto che però non era di loro proprietà, requisito richiesto dal diritto canonico per l'erezione giuridica di un nuovo monastero.


Appare evidente che la Chiesa oggi si trovi in una situazione di liquidazione totale! Del resto quante chiese chiuse e lasciate al degrado? quanti conventi o monasteri si trovano in vendita? Altro che riassetto delle diocesi e spending review, qui più che una "chiesa in uscita" sembra di vedere una chiesa in "chiusura per cessata attività" o peggio "per fallimento". 


La speranza è l'ultima a morire, ma se continuiamo di questo passo rischiamo di far pendere anche quella ai nostri fedeli, del resto, la fede già si è persa e la carità è diventata un mero filantropismo. Che i nostri pastori si mettano una mano sulla coscienza e ritornino a parlare di Gesù Cristo e a mostrarlo alla gente attraverso una santa e bella liturgia. Non serve andare lontano, basta ritornare a quello che la Chiesa ha sempre detto e ha sempre fatto. Altrimenti l'unica cosa che gli rimarrà da fare è gridare al mercato come pescivendoli ambulanti.



don Bastiano Del Grillo


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lunedì 5 maggio 2025

Progressisti e Tradizionalisti, una distinzione moderna (o modernista?).

Nei discorsi inerenti la Chiesa, capita spesso di sentir parlare di un cardinale, un vescovo o un sacerdote con l'aggettivo di  "tradizionalista" o "progressista". Diciamoci la verità, chi non ha mai sentito questa distinzione? Eppure questi termini, paradossalmente sono le facce di una stessa medaglia. Ma come si può definire un prelato progressista o tradizionalista? Sulla base di cosa un vescovo può essere definito in uno o nell'altro modo? Ad un'analisi più approfondita ci si rende conto che di fatto prima del Concilio Vaticano II nessuno avrebbe detto che mons. Lefebvre, ad esempio, era un vescovo tradizionalista, ma un vescovo cattolico come tanti altri. Al contrario per quanto riguarda i progressisti se ne potevano trovare una buona parte. Erano coloro che si discostavano dalla teologia universalmente riconosciuta e in larga parte di stampo tomista, di coloro che, in barba ai pronunciamenti pontifici precedenti, guardavano ad aperture di stampo liberale, ad interpretazioni delle scritture curiose o in generale ad aperture su temi in cui la Chiesa ha dato già una risposta chiara.

Quello che è accaduto subito dopo il Concilio è piuttosto curioso, la chiesa si è voluta modernizzare, ha cambiato modo di celebrare, con l'introduzione del clergyman ha cambiato modo di apparire nel mondo, ci sono state aperture verso pensieri diametralmente opposti a quello cristiano e così via...

Chi è voluto rimanere legato alla liturgia precedente, o ha voluto continuare a indossare la veste talare invece di adottare il clergyman o chi semplicemente ha voluto difendere il pensiero cristiano fissato dal magistero della chiesa è apparso improvvisamente come un rivoluzionario, come un sovvertitore, come un "conservatore" o più come un "tradizionalista" appunto. Per onestà bisogna comunque dire che questa distinzione con la conseguente contrapposizione era già presente in un certo senso nella chiesa, ma con contorni decisamente meno marcati e meno contrapposti. Cosa è accaduto nello specifico? In buona sostanza i principi prettamente progressisti hanno prevalso sui principi tradizionali, abbattendo un muro che impediva l'evoluzione del pensiero all'interno della Chiesa. Ma si era ben consapevoli, soprattutto in coloro che conoscevano bene la dottrina cattolica, che questo "muro" non era di carattere semplicemente ideologico, era creato dalla consapevolezza che ciò che appartiene alla sfera soprannaturale della rivelazione cristiana, non può essere manomesso da idee e posizioni umane. Non dimentichiamoci infatti che la Chiesa non è nata per scopi umani, anche se spesso la storia sembra aver dimostrato il contrario, la Chiesa è stata voluta da Cristo per trasmettere ciò che lui ha stabilito. Il compito della Chiesa quindi è quello di prendere questo "deposito" e trasmetterlo così come lo ha ricevuto. Ritengo che nella Chiesa sia erroneo parlare di "aggiornamento" perché non può essere aggiornato qualcosa che ha rivelato Dio, possiamo piuttosto parlare di approfondimento, ma questo approfondimento non può contraddire ciò che è approfondito! Sarebbe un paradosso!

Quindi è evidente che il processo avviato dal Concilio Vaticano II non è un processo di approfondimento, ma di vero e proprio cambiamento, in altri termini una rivoluzione.

Ne deriva quindi che l'etichetta del "tradizionalista" è un "mostrum linguisticum" creato da coloro che hanno rotto con l'insegnamento autentico e perenne della Chiesa, creando così una spaccatura fra la Chiesa di sempre e la Chiesa conciliare. Questa discontinuità è evidente a chiunque abbia un minimo di capacità osservativa o anche del semplice buon senso.

Papa Benedetto XVI ha tentato di trovare un filo che legasse il "pre" e il "post" concilio inventandosi la così chiamata "ermeneutica della continuità", asserendo che non esisteva alcuna rottura con il passato, ma che il concilio doveva essere riletto e interpretato alla luce della tradizione e viceversa. Sarebbe interessante capire in che modo Benedetto XVI riesca a vedere continuità fra la liturgia tridentina e quella montiniana, o quale continuità si riesca a trovare fra l'ecclesiologia di comunione del post concilio e la visione piramidale e gerarchica della chiesa preconciliare, o ancora quale continuità ci sia nel diritto canonico del 1917 e quello del 1983. Giusto a titolo esemplificativo è interessante notare come nel codice di diritto canonico del 1917 fra i primi doveri dei chierici siano menzionati la confessione frequente, la visita al Santissimo sacramento, la recita dell'ufficio e altre pratiche di questo genere, nel codice del 1983 al contrario fra i primi doveri viene menzionata l'obbedienza al proprio ordinario. Di quale continuità parliamo? Se davvero ci fosse stata una continuità non ci sarebbero stati tutti i "movimenti tradizionalisti". Se davvero ci fosse stata continuità, sul nuovo messale si sarebbe continuato a menzionare la la costituzione apostolica "Quo primum tempore" di S. Pio V, invece è stata sostituita dalla bolla "Missale Romanum" di Paolo VI. Non mi si venga a dire che questa sia continuità! Questa ermeneutica della continuità mi sembra solo uno specchietto per le allodole, o come diceva Ugo Tognazzi una benemerita "supercazzola"

Frontespizi dei Messali di S. Pio V (a sinistra) e di Paolo VI (a destra)

Tornando quindi al tema centrale, appare evidente che la distinzione che in vari modi già esisteva fra progressisti e conservatori, abbia avuto uno sviluppo consistente nel momento in cui la Chiesa ha voluto cambiare volto, facendo passare ciò che apparteneva al deposito della fede e quindi alla tradizione, come qualcosa di passato ormai non più di moda e quindi "tradizionalista" (nel senso dispregiativo del termine). Al contrario tutte le novità volute o conseguenti al Vaticano II, soprattutto in campo liturgico ma non solo, sono divenute appetibili sfruttando il fascino della novità. Di fatto ciò che era considerato da tutti come "cattolico" in senso stretto se paragonato alla novità è divenuto "tradizionalista".

Purtroppo però la novità che non porta contenuti è destinata ad eclissarsi fino a sparire, e questo è dimostrato dal ritorno di molti fedeli ad una liturgia dove al centro ci sia Cristo e non il prete. Lì dove la tradizione cattolica ha portato avanti con fatica i suoi valori, i frutti si vedono e sono frutti meravigliosi! I seminari tradizionali pullulano di vocazioni, mentre i seminari moderni nei quali ci si conforma al mondo esterno sono sempre più vuoti. Non pensino i monsignori "vaticansecondisti" che chi entra in un seminario della "Fraternità S. Pio X" piuttosto che nel seminario del "Cristo Re" o della Fraternità S. Pietro" sia tutto pizzi e merletti, perché quella fase esteriore e fascinosa prima o poi, in un modo o in un altro va inevitabilmente in secondo piano.

Il ritorno alla tradizione sarà inevitabile, e a dirlo sono i numeri stessi. Basti pensare che in Francia il numero dei seminaristi legati ad istituti "tradizionalisti" supera di gran lunga i seminaristi dei seminari "ordinari". In un articolo di Giuseppe Sandro Mela del 12 gennaio 2023 apparso su senzanubi.wordpress.com, il giornalista analizza alcuni dati che dovrebbero far riflettere tutti i vescovi non solo di Francia. Le vocazioni hanno avuto un tracollo vertiginoso generale, ma ciò che desta curiosità è che contemporaneamente i seminaristi delle realtà "tradizionaliste" crescevano sempre più.

Vogliamo dire che tutti questi ragazzi siano invasati da un irrefrenabile amore per i pizzi e i merletti? Pur ammettendo un'assurdità del genere, quanti di loro resisteranno davanti alle difficoltà di una vita comunitaria, dello studio, degli ordini dei superiori, o più in generale di una vita più dura tipica di un contesto legato alla formazione tradizionale? Sarà l'amore per i pizzi e i merletti a motivarli così tanto fino all'ordinazione sacerdotale? Ne dubito fortemente!

Seminaristi della Fraternità S. Pio X (fonte: fsspx.news/it/)

Voler distinguere fra progressisti e tradizionalisti, è qualcosa di assurdo perché significa in sostanza riconoscere implicitamente che tutto quello che c'è dopo il Vaticano II è in contrasto con ciò che c'era prima, ma questa distinzione, badate bene, non viene dagli ambienti tradizionalisti, ma al contrario da coloro che hanno rotto con la tradizione, e che di fatto hanno creato una distinzione oggi inevitabile.

Si può superare questa distinzione? Non è dato saperlo, possiamo fare tutte le nostre valutazioni e previsioni, ma in buona sostanza questa distinzione oltre ad essere profondamente radicata continua ad allargarsi sempre più. L'unica speranza a parer mio è che la Chiesa torni a vedere la Tradizione come qualcosa di costitutivo della Chiesa stessa piuttosto che qualcosa di scomodo di cui sbarazzarsi.


don Bastiano Del Grillo.


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