Documenti della Chiesa

domenica 19 ottobre 2025

Pillole di liturgia. L'ALBA (o camice). Storia uso e significato.


Continuiamo la rubrica dedicata alla liturgia e in particolare ai paramenti liturgici. Procediamo seguendo l'ordine con cui si indossano, quindi dopo aver descritto l'Amitto (qui) descriviamo L'ALBA, o più comunemente chiamato CAMICE.

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L'alba o il camice liturgico, per come lo conosciamo noi oggi, è un paramento di lino bianco con maniche chiuse e lungo fino quasi ai piedi. Esso viene serrato in vita da un cingolo.

 

Ma anticamente con quale nome è stato conosciuto?

 

Anticamente il camice liturgico era conosciuto con vari nomi: tunica linea dal suo materiale; tunica talaris o semplicemente talaris da tali cioè caviglie poiché esso raggiungeva i piedi.

 

Ma anche alba cioè bianco dal suo colore, ovvero alba romana per distinguerla dalle tuniche più corte usate nell'antica Roma. Non è un caso che in inglese ancora oggi, quello che noi chiamiamo camice, sia detto alb.

 

 

L'ORIGINE DEL CAMICE LITURGICO FORMA ED UTILIZZO DEL CAMICE NELLA VITA QUOTIDIANA DEGLI ANTICHI ROMANI

 

A onor del vero questa variante, cioè quella più tarda con le maniche, non fu inizialmente ben vista. Essa venne per lungo tempo vista come un vestiario voluttuoso ed effeminato. In un certo senso, la prima traccia di "impiego liturgico" di questa tunica, la si deve a San Cipriano da Cartagine. Si racconta infatti che si accinse al martirio vestito con questo indumento sormontato dal byrrhus (un ampio mantello). Questo è uno snodo importante: sin dagli albori si verifica una confusione tra dalmatica e camice. Certo un broccato dorato è molto più appariscente, ma ad esempio un merletto in Gros Point de Venice fatto a mano, esprime una maestria ed una dignità liturgica eguale se non superiore alle tessiture di un tempo.

 

LE PRESCRIZIONI SUL CAMICE LITURGICO

L'alba o camice, deve essere di materiale nobile, perché nobile è la dignità degli atti che vengono officiati con essa. Tutti gli altri materiali e colori sono esclusi, eccezion fatta per singole situazioni come per la Cina e i paesi orientali in genere, dove vi sono usanze e simbolismi particolari.

 

 

IL SIGNIFICATO DEL CAMICE LITURGICO OGGI

 

E' impossibile parlare con certezza delle origini di questo paramento. I liturgisti medioevali, che sono alla base dell' iconografia dei mosaici ad esempio ravennati, ritengono di rinvenire la sua origine nel Kethonet, ovvero una tunica di lino bianco di cui si parla nell'Esodo.

 

A onor del vero una tunica di lino bianco è anche parte dell'abbigliamento ordinario sia dei Romani che dei Greci ai tempi dell'Impero. Dunque è molto probabile che si debba guardare a questo indumento civile per rinvenire le origini del camice liturgico, tanto che se volessimo essere precisi allora dovremmo convenire sul fatto che è nelle parole di Trebellius Pollio che abbiamo una chiara prima indicazione di un'alba subserica ( parliamo circa del 260 d.c.).


CAMICE SACERDOTALE

 

La tunica talaris era la tunica più lunga e solenne. Era bianca ed utilizzata nelle occasioni più importanti, a differenza di quella corta, usata sostanzialmente per l'impiego comune.

 

La tunica dei senatori e dei cavalieri poi era caratterizzata da due strisce di colore rosso più ampie nel primo caso (lati clavi), più strette nel secondo caso (angusti clavi), che dal davanti attraversavano le spalle e scendevano dietro fino a raggiungere il fondo della veste stessa.

 

La tunica era originariamente senza maniche. Soltanto successivamente e progressivamente essa fu dotata di maniche. La versione più antica cioè quella senza le maniche era chiamata colobium, un aggettivo latino che derivava direttamente dal greco e significava appunto mozzato o decurtato. La tunica con le maniche era chiamata tunica mancata o anche tunica dalmatica, dal nome della provincia Dalmazia nella quale si ritiene sia nata.

 

A papa Silvestro si deve un primo passo verso il chiarimento dell'impiego del paramento, allorché ordinò che i diaconi dovessero tassativamente utilizzare la dalmatica in chiesa e che la loro mano sinistra fosse coperta con il manipolo.




 

Fino al XII secolo, tutti i chierici indossavano questa tunica-dalmatica. Essa era molto ampia, poiché al disotto, venivano indossati gli altri paramenti. Considerando anche la ricchezza dei tessuti impiegati, ad un certo punto ci si rese conto che per riti come l'immersione battesimale, il celebrante era letteralmente impedito nei gesti.

 

Era giunto il momento di derivare dalla tunica dalmatica, l'alba ovvero il camice liturgico per come lo conosciamo noi, ben più aderente e leggero.

 

Si passa così da un uso civile, abituale e quotidiano ad un uso esclusivamente liturgico dell'alba. Mentre la tunica dalmatica era realizzata con ricchi tessuti di seta, broccati e damaschi riccamente decorati sul collo, sui polsi e sul bordo inferiore, il camice liturgico iniziò ad essere adornato solo di ricami e pizzi.

 

Quando dico adornato "solo" di ricami e pizzi, ovviamente esemplifico. Sarebbe riduttivo affermare che taluni di questi camici fossero e sono ancor oggi meno solenni e degni rispetto a quelli delle origini.

 

Per non parlare degli sfilati a mano, delicati e pazienti lavori sempre più rari, poiché quella maestria e pazienza spesso solo monacale, sta cadendo nel dimenticatoio.

 

A partire dal decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 1819, il camice liturgico deve essere di lino bianco o cotone o al massimo lana.

 

Non mi dilungo sulla cattiva abitudine di usare poliestere e altri materiali di bassa qualità per confezionare il camice. Esso ha la stessa dignità liturgica della casula o del piviale, ma siccome viene nascosto, allora lo si sottovaluta.

 

Possiamo fare riferimento alle parole di Papa Innocenzo III (1198-1216) per affermare che il bianco della veste indica purezza e nuova vita. Questo fu esemplificato attraverso la pratica di vestire di bianco i neo battezzati usando queste parole: "Ricevi questa veste bianca ed immacolata che tu indosserai fino al giudizio di Nostro Signore Gesù Cristo, che tu possa avere vita eterna. Amen." Similmente nel Messale Romano mentre il sacerdote indossa l'alba recita la preghiera di seguito riportata, che sottolinea la simbologia del candore dell'anima ottenuto dal sangue dell'Agnello immolato, simbologia strettamente legata al sacrificio della Messa che il sacerdote offre rivestito appunto dell'alba e degli altri paramenti.





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Fonti:

paramentisacri-caliciargento.it

Mario Righetti, STORIA LITURGICA. vol. 1 pagg. 592, 593.




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venerdì 17 ottobre 2025

Un coming out... CATTOLICO! - La forza dell'abito talare.


Cari lettori, questa mattina girando nel web sono capitato su una pagina Facebook nella quale si riportava la testimonianza di un certo padre Alvaro (non so chi sia realmente), che racconta la sua esperienza nell'aver deciso di indossare l'abito talare in maniera stabile. lo racconta come una sorta di "coming out", e ciò non è così strano se consideriamo che il prete medio oggi tende a nascondersi e confondersi nella massa. la scelta di indossare l'abito talare quotidianamente appare come un "verir fuori", una sorta di "coming out", un voler vivere liberamente e alla luce del sole ciò che si è: sacerdoti di Cristo. Certo, questo non dovrebbe sorprenderci, eppure in una società non più abituata a vedere i sacerdoti vestiti da sacerdoti una scelta del genere sembra quasi una scelta "anticonformista", "fuori dagli schemi" o più semplicemente una scelta che riflette una voglia di "normalità". In un contesto in cui tutti affermano le proprie "identità" i sacerdoti al contrario sembrano disprezzare la loro. Gesti come questi fanno ben sperare che prima o poi si ritorni ad avere quella coscienza e quella identità sacerdotale così importante e sana per il nostro apostolato.


don Bastiano Del Grillo


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dal Web:

Quest'anno ho aperto l'armadio e sono uscito allo scoperto, ha affermato padre Alvaro.

Quest’anno ho deciso di fare coming out. Dopo aver visto così tante persone che vantano le loro “diversità” e li applaudono e gli dicono “che coraggiosi”, ecc. Mi sono fatto la domanda, perché io no? Così ho preso la decisione. 

Ho deciso e ho tirato fuori la mia tonaca dall’armadio, da gennaio ho iniziato ad usarla tutti i giorni dalla mattina fino a prima di andare a letto. Così, senza annunci solenni, senza pensarci troppo, senza dare spiegazioni preliminari, senza cercare lodi per questo e senza aver paura di essere schernito, insultato e soggetto a sguardi strani.


Qual’è stata la mia sorpresa? Molte...

Primo: non avrei mai pensato che indossare la tonaca giornaliera potesse rendermi felice come prete. Mi ha reso facile per strada fare tanto bene come non avrei potuto immaginare. 

Ho benedetto, consigliato, aiutato, ho confessato tante persone che hanno avuto fiducia vedendomi con la tonaca.


Secondo: con mia sorpresa, anche camminando in luoghi molto diversi come il centro commerciale, il cinema, i ristoranti, i pachangas, le pignatte, i tianguis, la zona di tolleranza del centro della città, la fiera del libro, ecc. E avendo incontrato tutte le etnie che ci sono in città, in 5 mesi non ho ricevuto alcun insulto o mancanza di rispetto da parte di nessuno; anche da persone apertamente anticattoliche. La cosa triste di tutto questo è che l’unica presa in giro che ho ricevuto per aver usato la tonaca è stato da parte di un prete.


Terzo: purtroppo è così insolito, che il sacerdote diocesano indossi la tonaca nera, che sono stato confuso generalmente per religioso. In questi mesi sono stato confuso con: Francescano, Agostiniano, Monaco, Missionario, Seminarista, Cavaliere Jedi (non è uno scherzo), Karateka, Dark, Manichino (non è uno scherzo). E molte volte mi hanno anche scambiato per prete, il che è un bene. Tutto questo mi fa pensare a che la secolarizzazione è arrivata a un cosi alto livello che il sacerdote diocesano non è più associato alla tonaca nella vita quotidiana.


Quarto: Per essere una società “antireligiosa” è notevole il numero di persone che mi chiedono la benedizione, quando di solito una persona me la chiede spontaneamente, la chiede anche a chi gli è vicino.


In conclusione, sono molto felice di aver preso questa decisione, quando l’ho fatto, ho pensato di farlo per un anno; ma ora posso affermare che è qualcosa che voglio fare in modo stabile. Mi aiuta, mi rende felice, aiuta le persone a trovare più facilmente un prete e la grazia. Ricordo Dio a quelli lontani, che girano alla ricerca di quale sia lo scopo e la ragione della loro vita; mi ricorda costantemente che dove vado rappresento Gesù e sua moglie la Chiesa.

Mi ricorda che la malvagità sa travestirsi da “angelo della luce”. Né alla fiera del libro né nelle missioni, ho visto negli occhi l’odio e il disprezzo che vedo ai testimoni di Geova e ai cristiani quando vedono un prete. Al contrario, molti si sono avvicinati ad avere dialoghi interessanti, anche i malviventi del centro si sono avvicinati con rispetto a chiedermi la benedizione. È buffo vedere da dove spunta di più l’odio. Chi ha orecchie capisca.

Inoltre, mi ricorda che voglio un giorno diventare Santo: immagino San Giovanni Bosco, San Ignazio di Loyola, Francesco Javier, San Filippo Neri, San Tommaso d’Aquino, San Francesco d’Assisi senza la sua tonaca? No! voglio essere santo? Sì, quindi è bello usare la tonaca.

Usarla mi ha confermato una verità dimenticata, la tonaca è un sacramentale, cioè suscita grazia e prepara le persone a riceverla. 

Il cleryman (camicia clericale) non lo è.

Infine, non mi darò arie di grandezza per indossare la tonaca quotidiana. Non mi rende automatico essere più grande né più santo degli altri sacerdoti. Ma mi aiuta enormemente, invito gli altri religiosi ad essere coraggiosi, a tirare fuori la tonaca dall’armadio, a usarla più spesso e vedrete il bene che farà a voi stessi e alle anime. Non ve ne pentirete.

Padre Alvaro.



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domenica 12 ottobre 2025

Pillole di liturgia. L'AMITTO storia uso e significato.


Iniziamo con questo post una serie di piccoli cenni sulla liturgia romana. In molti conoscono l'uso di alcuni paramenti e accessori liturgici ma pochi conoscono la loro storia e perché alcuni di essi sono ancora largamente utilizzati nella liturgia tridentina. Alcuni paramenti sono stati conservati anche da riti protestanti altri invece sono stati abbandonati, raramente aboliti.

Questa serie di post non intende esaurire la materia, ma semplicemente dare degli elementi essenziali e muovere la curiosità, da cui partire per un approfondimento personale.

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L'AMITTO

Iniziamo con il primo dei paramenti sacri che il sacerdote indossa prima della S. Messa: L'amitto.

L'amitto fa parte di quelle che vengono definite le "sottovesti liturgiche" di cui fanno parte anche l'alba (o più comunemente chiamato camice), il cingolo, il rocchetto e la cotta. Nell'uso romano odierno i ministri sacri lo indossano sulle spalle e intorno al collo prima di indossare l'alba, ha lo scopo di coprire l'abito sacerdotale quotidiano.



A differenza di ciò che molti storici di liturgia credono, non deriva dal velo con cui i romani e i greci si coprivano il capo durante i sacrifici; né dal cosiddetto pallium o focale, che essi talvolta usavano per proteggere la parte del collo lasciata scoperta dalla tunica, ma piuttosto da un panno di forma oblunga che, scendendo dall'alto della nuca sulle spalle, e passando in due parti sotto le ascelle a modo di corsetto, aveva lo scopo di serrare più strettamente le vesti alla vita e rendere più facili i movimenti delle braccia. Venne anche adottato da S. Benedetto per i suoi monaci.

L'uso dell'amitto fu in origine esclusivamente romano, poi si diffuse in Gallia al tempo dei carolingi e di seguito, a tutti i chierici.

Anticamente veniva utilizzato sopra l'alba, successivamente si iniziò ad indossarlo sotto come è in uso ancora oggi. L'usanza di indossarlo sopra l'alba era un privilegio del Sommo Pontefice e dei preti assistenti al trono del vescovo nelle funzioni pontificali.

Dopo il X secolo presso i Francescani, i Domenicani e alcune famiglie benedettine, si diffuse l'usanza di avvolgerlo intorno al capo in sacrestia, per poi farlo scendere sulla casula o sulla dalmatica una volta arrivati all'altare. questa pratica ha dato origine la simbolismo dell'amitto come "elmo" della salute, contenuto tutt'oggi nella preghiera prevista dal messale nel momento in cui si indossa.


Dopo il XII secolo si diffuse l'uso derivante dalla maniera sopra indicata di ornare l'orlo superiore con una ricca bordatura di ricami d'oro o con galloni di stoffa in modo che quando veniva calato e ripegato sulla casula si venisse a formare un elegante collare. Quest'uso venne progressivamente abbandonato dopo la riforma Piana del XVI secolo che abolì l'usanza di metterlo sul capo.

Una derivazione dell'amitto è il fanone (dal latino fano: panno), indossato dal papa sopra la pianeta per le solenni funzioni pontificali. Trattasi di un drappo di seta rotondo dalla forma simile ad una mozzetta, con un foro per far passare la testa, è solcato da delle strisce perpendicolari di color rosso-oro. Copre le spalle e scende fino a metà del petto e del dorso. Gli ultimi ad utilizzarlo, seppur in rarissime occasioni furono Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.


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Fonte: Mario Righetti, STORIA LITURGICA. vol. 1 pagg. 590-592.




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venerdì 10 ottobre 2025

IL SANTO ROSARIO - storia di devozione, fede e teologia



Tutti sappiamo come il rosario sia la preghiera di meditazione e contemplazione più semplice ed efficace, molti però ignorano la sua origine e la sua storia. Il Rosario è una preghiera che ha attraversato secoli di persecuzioni, eresie, di martirio, di devozione e di fiumi di grazie spirituali che hanno fecondato le anime di santi e beati di tutte le epoche.

Sembra quindi necessario approfondire la sua storia e le vicende che hanno accompagnato la Chiesa in un percorso tortuoso di grazie spirituali, non solo per esserne a conoscenza, ma anche per essere consapevoli della grandissima efficacia di questa pia pratica e poterla vivere nello spirito di un autentica crescita spirituale.


La Preghiera dell’”Ave Maria”

Prima di addentrarsi nella riflessione sul S. Rosario è necessario fare un cenno su come si è formata la preghiera dell’Ave Maria, spesso infatti rischiamo di pensare che l’Ave Maria sia sempre esistita nella forma che noi tutti conosciamo. Non entriamo dettagliatamente nella storia di questa preghiera, ma è utile per comprendere l’origine del rosario.

Papyrus Rylands 470,
il più antico papiro contente la preghiera a Maria
"Sub tuum praesidium".


Questa preghiera come tutti sappiamo ha le sue origini nel vangelo di Luca al capitolo 1 vers. 38, come saluto dell’angelo Gabriele a Maria inviato da Dio ad annunciare alla Vergine di Nazaret che diverrà la Madre di Dio. Ma secondo alcuni studiosi questo saluto inizierà ad essere utilizzato in un periodo piuttosto tardo, infatti nel IV sec. la preghiera mariana più diffusa era il “Sub tuum præsidium”. S. Domenico agli inizi del 1200 già conosceva questa preghiera, ma solo nella prima parte, in quanto la seconda parte fu introdotta dai certosini intorno al 1350. Infatti la più antica attestazione dell’Ave Maria così come la conosciamo oggi la si trova in un libro di preghiere del francescano Antonio da Stroncone (1381-1461).

 

Origini del Rosario

Il Rosario nasce trae le sue origini intorno al 850 d.C. come forma di preghiera per i monaci conversi (monaci che emettevano la professione dei voti ma che non erano sacerdoti) che spesso avevano grandi difficoltà ad imparare i 150 salmi a memoria. Molti di loro infatti erano privi di istruzione o addirittura non sapevano leggere. Sembra che un monaco irlandese suggerì di sostituire la recita dei 150 salmi con la recita di 150 Padre Nostro. Questa forma di preghiera si diffuse anche al di fuori dei monasteri fra il popolo, sostituendo spesso ai 150 Padre Nostro il saluto angelico a Maria che, come accennato sopra, costituiva al tempo la prima parte dell’Ave Maria. Per contare le preghiere si utilizzavano diversi metodi, fra cui 150 sassolini o più frequentemente cordicelle con 50 o 150 nodi, uso questo che risalirebbe addirittura a S. Antonio Abate e S. Pacomio.

I monaci cistercensi nel XIII sec. iniziarono a chiamare questa nuova forma di preghiera “Rosario” ispirandosi alla rosa quale simbolo mariano per eccellenza, e attribuendo ad ogni “Ave Maria” la simbologia di una rosa donata alla Vergine.

La Visione di S. Domenico

Il domenicano bretone Alano della Rupe (Plouër-sur-Rance, 1428 - Zwolle, 8 settembre 1475) narra che san Domenico fu catturato, con il suo compagno Bernardo, sulle coste della Spagna. Per tre mesi, così vuole il racconto, fu sottomesso ai suoi rapitori: durante questo periodo fu posto al remo di una nave. Avvenne una tempesta che mise in pericolo l’intero equipaggio. La nave era vicina ormai al naufragio.

San Domenico aveva esortato, invano, i suoi carcerieri a far penitenza e ad invocare il nome di Gesù e Maria per ottenere la salvezza. E così, per l’ostinazione e il disprezzo verso le esortazioni del santo, la tempesta si fece ancor più minacciosa. Il pericolo che la nave affondasse si fece sempre più imminente. Eppure, le preghiere di san Domenico furono accolte in Cielo: in questo contesto si inserisce la famosa visione della Vergine Maria che parla direttamente al santo fondatore dell’Ordine domenicano. L’equipaggio della nave fu salvo.



Nella visione La Vergine Maria diede una corona del Rosario a S. Domenico e chiese di recitare ogni giorno 150 Ave Maria e 15 Pater Noster, promettendo che tale pratica sarebbe stata la più efficace contro le eresie.

Da questo momento in poi il Rosario inizia ad essere una preghiera molto popolare, favorito soprattutto dal nuovo “Ordine dei Predicatori” fondato dallo stesso S. Domenico.

Sempre nel XIII sec. si iniziarono a sviluppare i “Misteri”, molti teologi infatti ritenevano che i 150 salmi contenessero in maniera velata le profezie sulla vita di Gesù. Questo sviluppo avvenne in maniera molto graduale, tappa fondamentale di questo percorso fu l’inserimento dopo il nome di Gesù di alcune clausole riguardanti la vita di Gesù stesso. L’intento era quello di contemplare Gesù attraverso la preghiera a Maria e di meditare meglio sulla vita di Nostro Signore. Questa pratica oggi è poco diffusa e la si può trovare ancora al santuario di Pompei.

Verso la metà del XIV secolo, Enrico Kalkar, un monaco della certosa di Colonia, introdusse, prima di ogni decina alla Madonna, il Padre Nostro.

All’inizio del XV secolo, fu Domenico Hélion di Trèves, detto il Prussiano, a sviluppare un Rosario in cui il nome di Gesù compariva in 50 “clausole” che ne ripercorrevano la vita. Sempre grazie a Domenico il Prussiano arriviamo (intorno al 1435-1445) alla struttura che meglio si avvicina a quella che conosciamo oggi: le 150 clausole vengono divise in tre sezioni corrispondenti ai Vangeli dell’infanzia di Gesù, della vita pubblica, e della Passione-Risurrezione.

Nel 1470, troviamo un’ulteriore trasformazione: il già citato domenicano Alano della Rupe (Alain de la Roche, in francese) crea la prima “Confraternita del Rosario” facendo diffondere rapidamente questa forma di preghiera: riduce a 15 i Misteri, e li suddivide in gaudiosi, dolorosi, e gloriosi. Sarà poi papa Giovanni Paolo II a introdurre i misteri luminosi sulla vita pubblica di Gesù.


Il Magistero della Chiesa e la battaglia di Lepanto

Il primo documento ufficiale della Chiesa cattolica risale al secolo XV, con papa Sisto IV, che nella bolla "Ea quæ ex fidelium" del 12 maggio 1479, afferma che la pratica del Rosario era anticamente diffusa nelle diverse parti del mondo e, caduta in disuso, era stata di recente ripristinata, invitando i cattolici alla recita quotidiana del salterio mariano con le 150 salutationes, tante quante i salmi davidici, precedendone ogni decina da un pater ed assegnando a tale pratica varie indulgenze. Dal 1478 ad oggi si contano oltre 200 documenti pontifici sul Rosario.

La struttura medievale del Rosario fu abbandonata gradualmente con il Rinascimento, e la forma definitiva del Rosario si ha nel 1521 ad opera del domenicano Alberto di Castello.

San Pio V, domenicano, fu il primo «Papa del Rosario». Il 17 settembre 1569 emanò la bolla "Consueverunt Romani Pontifices" con la quale venivano stabilite le precise modalità per la recita del rosario.



Nel 1571, anno della battaglia di Lepanto, papa Pio V chiese alla cristianità di pregare con il rosario per chiedere la liberazione dalla minaccia turco-ottomana. La vittoria della flotta cristiana, avvenuta il 7 ottobre, venne attribuita all'intercessione della Vergine Maria, invocata con il Rosario. In seguito a ciò il papa introdusse nel calendario liturgico per quello stesso giorno la festa della Madonna della Vittoria, che poi il suo successore, papa Gregorio XIII, trasformò in festa della Madonna del Rosario. La festa da allora si celebra il 7 ottobre di ogni anno.

Leone XIII, con le sue 12 Encicliche sul Rosario, fu il secondo «Papa del Rosario».

I domenicani promossero anche la Confraternita del Rosario Perpetuo (chiamata anche Ora di Guardia, fondata nel 1630 dal padre Timoteo de' Ricci, si impegnava ad occupare tutte le ore del giorno e della notte, di tutti i giorni dell'anno, con la recita del Rosario).

Papa Giovanni Paolo II, con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002, introduce facoltativamente i misteri luminosi incentrati sulla vita pubblica di Gesù. Tuttavia quest’aggiunta da parte di Giovanni Paolo II va a contrastare con la tradizionale corrispondenza delle 150 Ave Maria con i 150 salmi.

 

Il Rosario e i Santi

Molti Santi hanno contribuito alla diffusione di questa preghiera fra cui ci sono san Luigi Maria Grignion de Montfort con il suo libro Il segreto ammirabile del Santo Rosario, e il beato Bartolo Longo (fondatore del Santuario e delle opere di carità di Pompei) considerato l'"Apostolo del Santo Rosario". Un altro impulso si ebbe nei secoli XIX e XX con le apparizioni di Maria a Lourdes e a Fatima. La veggente di Fatima, Lucia, ha affermato che «da quando la Vergine SS. ha dato grande efficacia al S. Rosario, non c'è problema né materiale, né spirituale, nazionale o internazionale, che non si possa risolvere con il S. Rosario e con i nostri sacrifici». E ancora: «Lo scadimento del mondo è senza dubbio frutto della decadenza dello spirito di preghiera. È stato in previsione di questo disorientamento che la Madonna ha raccomandato con tanta insistenza la recita del Rosario».

Bartolo Longo, Apostolo del Rosario insieme ai "suoi" orfanelli


La Preghiera orientale dell’”Esicasmo”

Mi sembra interessante buttare un'occhio anche al mondo orientale in cui ritroviamo una forma di preghiera che potremmo definire “cugina” del S. Rosario; è la preghiera dell’Esicasmo o Esichia (dal greco ἡσυχασμός hesychasmos, da ἡσυχία hesychia, "calma", "pace", "tranquillità", "assenza di preoccupazione"), è conosciuta anche come “preghiera di Gesù” o “preghiera del cuore”. Consiste essenzialmente nella ripetizione continua di una giaculatoria in modo tale che le parole si sincronizzino con il battito cardiaco. La giaculatoria è la seguente: “Gesù Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Le sue origini si fanno risalire al IVsec. Grazie a Evagrio Pontico che la diffuse insieme a numerosi altri monaci orientali.



Come per il Rosario anche questa preghiera viene recitata aiutandosi da una cordicella annodata chiamata “Komboskini” o “Chotki”.

 

Il Rosario e i benefici “salutistici”

Abbassamento del ritmo della respirazione, riduzione della pressione arteriosa, meno radicali liberi nel sangue, muscolo cardiaco più in salute, meno tendenza alla depressione.

Questi non sono gli effetti di un farmaco, ma ciò che gli scienziati hanno riscontrato in coloro che recitano abitualmente e frequentemente il S. Rosario.

È evidente che il nostro intento non è di fare un’analisi sugli effetti che il rosario ha sulla psiche o sul nostro fisico, ma sembra comunque importante dare un’occhiata anche su ciò che la scienza dice su questo argomento, dal momento che se ne è occupata e ha tratto delle conclusioni.

Diversi studi scientifici hanno dimostrato che il Rosario non porta solo benefici spirituali (cosa che per noi credenti non ha bisogno di dimostrazione), ma anche dei notevoli benefici sulla salute mentale e al sistema cardio circolatorio.  Il lavoro di ricerca internazionale, condotto da scienziati di varie università europee, documenta come le preghiere ritmiche allevino le tensioni, promuovano la stabilità emotiva e creino una forma di pace interiore.

Il Prof. Luciano Bernardi dell’Università di Helsinki sostiene come il Santo Rosario, e in particolare la sua recita in latino, abbia effetti di grande beneficio per il muscolo cardiaco meglio dei mantra buddhisti.

Uno di questi studi è stato pubblicato in inglese e tradotto in tedesco con il titolo «Il rosario è ancora attuale? Indagine sui suoi effetti sulla salute mentale e sul benessere». È stato recentemente pubblicato sul «Journal of Health» e si basa su un ampio campione internazionale proveniente dai tre paesi cattolici Italia, Polonia e Spagna. Lo studio ha esaminato in che misura la recita del rosario sia collegata al benessere soggettivo, all'empatia e ad altre forme di espressione della religiosità.

61% donne come partecipanti allo studio

Il campione comprendeva 361 partecipanti. Utilizzando un metodo cosiddetto a catena o a rete, sono state contattate persone impegnate in movimenti cattolici e gruppi di preghiera. Il 92% dei partecipanti apparteneva alla Chiesa cattolica romana, di cui il 61% era costituito da donne.

I risultati dello studio, pubblicato per la prima volta nel febbraio 2025, indicano una riduzione positiva e moderata della depressione e un aumento dell'empatia. L'analisi qualitativa sottolinea l'effetto protettivo percepito di questa preghiera, che funge da fonte di pace interiore e da «meccanismo di coping» nei momenti di difficoltà.

La maggioranza dei partecipanti ha dichiarato di essere molto religiosa o spirituale (36%) o abbastanza religiosa o spirituale (47%). La maggior parte ha vissuto la preghiera come una pratica rilassante e calmante, che rallenta la respirazione e concentra la consapevolezza sui grani del rosario.

L'«Ave Maria» rallenta la respirazione

I ricercatori hanno esaminato 23 partecipanti sani, ai quali sono stati applicati sensori per misurare la frequenza cardiaca, il flusso sanguigno e il feedback del sistema nervoso mentre recitavano l'«Ave Maria» in latino. I sensori hanno registrato un rallentamento della respirazione dei partecipanti a circa sei respiri al minuto, il che ha iniziato ad aumentare il flusso sanguigno al cervello e la variabilità della frequenza cardiaca. Ciò ha rafforzato il sistema cardiovascolare.Il sistema cardiovascolare ne è risultato rafforzato. La recita del rosario sembra anche mantenere giovani, come sottolinea Marlis Wolperth, 84 anni, di Bassersdorf, Zurigo, in un'intervista a kath.ch. Da 45 anni guida il gruppo del rosario nella parrocchia di San Francesco.

 

Conclusioni

Al di la delle idee personali che possiamo avere sul S. Rosario bisogna necessariamente dire che questa preghiera nella sua semplicità racchiude in sé un tesoro enorme di storia, fede, devozione e spiritualità, che ha permesso a schiere di cattolici di avvicinarsi in maniera accessibile alla contemplazione dei misteri di Dio, di Gesù Cristo e della Chiesa. A volte è stata una pratica ridicolizzata, banalizzata e ridotta a “preghiera delle vecchie”, forse a volte, a causa del suo procedere cantilenante, o per la goffaggine tipica delle persone anziane che è risaputo essere le più fedeli frequentatrici delle parrocchie di paese, fatto è che questa pia pratica unisce le generazioni creando una sorta di filo ininterrotto che va dai padri della Chiesa e arriva ai nostri giorni, passando per santi, asceti, eremiti, monaci, monache, suore, consacrati, missionari, sacerdoti, vescovi cardinali e papi che hanno trasmesso quello che avevano ricevuto in maniera semplice ma continua. Ritengo che non esista altra preghiera non liturgica che possa godere di questo carattere così tradizionale come il S. Rosario. È la preghiera dei semplici ma anche dei dotti, è una pratica che pone tutti sullo stesso piano, che da grazie a tutti in maniera indiscriminata, che può essere guidata dal papa come dal bambino che ha appena imparato a parlare. Non è una preghiera solo per chi è “del mestiere” perché pone tutti sullo stesso livello e ritengo che dopo la S. Messa, sia l’unica pratica capace di elargire doni e grazie per chiunque. Il peccatore si converte, il santo si eleva, il sacerdote si rafforza, il religioso diventa fervente, il pavido prende coraggio, l’eretico si corregge, lo scismatico rientra nell’ovile… insomma ognuno ottiene ciò di cui ha bisogno per essere buon testimone di Cristo e della sua Chiesa.


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Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rosario

https://lanuovabq.it/it/il-santo-rosario-una-storia-affascinante

https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_di_Guzm%C3%A1n

https://it.wikipedia.org/wiki/Esicasmo

https://mondobizantino.it/il-komboskini-o-chotki-la-corda-da-preghiera-ortodossa/

https://it.aleteia.org/2018/03/13/benefici-fisici-preghiera-rosario-latino/

https://catt.ch/newsi/uno-studio-scientifico-mostra-gli-effetti-positivi-della-preghiera-del-rosario-sulla-salute



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giovedì 9 ottobre 2025

Leone XIII e il S. Rosario - L'Enciclica SUPREMI APOSTOLATUS


 

In questo mese di ottobre tradizionalmente dedicato al S. Rosario sembra ottima cosa riflettere e meditare su una delle tantissime encicliche che papa Leone XIII ha composto in favore di questa pratica. Sono infatti 12 le encicliche che Leone XIII ha dedicato alla preghiera che più di tutte può essere definita "popolare".

Il Pontefice ci ricorda come questa pia pratica ha goduto e gode tuttora di grande riverenza e amore nel popolo cristiano, S. Domenico ci insegna quanto sia una pratica efficacissima contro le eresie e contro i vizi e il peccato.

Meditare sull'enciclica "Supremi Apostolatus" ci aiuta ad entrare meglio e più consapevolmente nella schiera di coloro che attraverso Maria contemplano i misteri della vita di Gesù Cristo.

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ENCICLICA

“SUPREMI APOSTOLATUS”

DEL SOMMO PONTEFICE LEONE XIII “SULLA RECITA DEL SANTO ROSARIO NEL MESE DI OTTOBRE”


AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI DEL MONDO CATTOLICO AVENTI GRAZIA E COMUNIONE CON L’APOSTOLICA SEDE LEONE PP. XIII SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Dall’ufficio del Supremo Apostolato che esercitiamo, e dalla condizione durissima di questi tempi siamo ogni giorno più stimolati e quasi sospinti a provvedere con tanta maggiore sollecitudine alla tutela e all’incolumità della Chiesa quanto più essa è travagliata da gravi calamità. Perciò, mentre Ci sforziamo, per quanto Ci è possibile, di difendere in tutti i modi i diritti della Chiesa, e di prevenire e respingere i pericoli che sovrastano o ci circondano, non desistiamo dall’implorare i celesti soccorsi, dai quali unicamente Ci possiamo attendere che le Nostre cure e le Nostre fatiche raggiungano il desiderato scopo.

Per ottenere questo, nulla stimiamo più valido ed efficace che di renderci degni, con devozione e pietà, del favore della Gran Madre di Dio Maria Vergine, la quale, come mediatrice della nostra pace presso Dio e dispensatrice delle grazie celesti, è collocata in cielo nel più eccelso trono di potere e di gloria, perché conceda il suo patrocinio agli uomini, che fra tante pene e pericoli si sforzano di giungere alla patria sempiterna.

Per la qual cosa, essendo ormai prossima la solennità annuale in cui si celebrano i moltissimi e sommi benefici concessi al popolo cristiano attraverso le preghiere del Santissimo Rosario di Maria, vogliamo che, quest’anno, tutto il mondo cattolico, con particolare devozione, rivolga la stessa pia preghiera alla Grande Vergine, affinché, per la sua intercessione, possiamo avere la gioia di vedere il suo Figlio placato e mosso a compassione dalle nostre miserie.

Per tale motivo abbiamo creduto bene, Venerabili Fratelli, indirizzarvi questa Lettera, perché, conosciute le Nostre intenzioni, Voi possiate, con la Vostra autorità e con il Vostro zelo, spronare la pietà dei fedeli a corrispondere pienamente ad esse.

Fu in ogni tempo lodevolissimo ed inviolabile costume del popolo cattolico ricorrere nei trepidi e dubbiosi eventi a Maria e rifugiarsi nella sua materna bontà. Ciò dimostra la fermissima speranza, anzi la piena fiducia, che la Chiesa cattolica ha sempre a buon diritto riposto nella Madre di Dio. Infatti la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore. E poiché la gioia per Lei più gradita è quella di aiutare e consolare ogni singolo fedele che invochi il suo soccorso, non vi può essere dubbio che Ella voglia molto più volentieri accogliere, anzi esulti nel soddisfare i voti di tutta la Chiesa. Ma questa così ardente e fiduciosa devozione verso l’augusta Regina del cielo più chiaramente apparve quando la violenza degli errori largamente diffusi, o la corruzione strabocchevole dei costumi, o l’impeto di potenti nemici, parve mettere in pericolo la Chiesa militante di Dio.

Le memorie antiche e moderne, e i sacri fasti della Chiesa ricordano le pubbliche e private preghiere e i voti innalzati alla Gran Madre di Dio, nonché i soccorsi, la pace e la tranquillità concessi da Dio per sua intercessione. Da qui ebbero origine quei titoli insigni con i quali i popoli cattolici la salutarono Ausiliatrice dei cristiani, Soccorritrice, Consolatrice, Arbitra delle guerre, Trionfatrice, Apportatrice di pace. Fra tali titoli si vuole in primo luogo ricordare quello così solenne del Rosario, con cui furono consacrati all’immortalità i sommi suoi benefici verso l’intera cristianità.

Nessuno di Voi ignora, Venerabili Fratelli, quanto travaglio e lutto apportassero alla santa Chiesa di Dio, sullo scorcio del secolo XII, gli eretici Albigesi, i quali, generati dalla setta degli ultimi Manichei, riempirono di perniciosi errori le contrade meridionali della Francia ed altre regioni del mondo latino. Spargendo in tutti i luoghi il terrore delle armi, contavano di poter dominare incontrastati con stragi e rovine. Contro siffatti nemici crudelissimi, il misericordioso Iddio, come è noto, suscitò un santissimo uomo, l’inclito padre e fondatore dell’Ordine Domenicano. Egli, grande per la purezza della dottrina, per la santità della vita, per le fatiche dell’Apostolato, prese a combattere intrepidamente per la Chiesa cattolica, confidando non nella forza né nelle armi, ma più di tutto in quella preghiera che egli per primo introdusse col nome del santo Rosario e che, o direttamente o per mezzo dei suoi discepoli, diffuse ovunque. Per ispirazione e per impulso divino, egli ben sapeva che con l’aiuto di questa preghiera, potente strumento di guerra, i fedeli avrebbero potuto vincere e sconfiggere i nemici, e costringerli a cessare la loro empia e stolta audacia. Ed è noto che gli avvenimenti diedero ragione alla previsione. Infatti, da quando tale forma di preghiera insegnata da San Domenico fu abbracciata e debitamente praticata dal popolo cristiano, cominciarono a rinvigorire la pietà, la fede e la concordia, e furono dappertutto infrante le manovre e le insidie degli eretici. Inoltre moltissimi erranti furono ricondotti sulla via della salvezza, e la follia degli empi fu schiacciata da quelle armi che i cattolici avevano impugnate per rintuzzare la violenza.

L’efficacia e la potenza della stessa preghiera furono poi mirabilmente sperimentate anche nel secolo XVI, allorché le imponenti forze dei Turchi minacciavano di imporre a quasi tutta l’Europa il giogo della superstizione e della barbarie. In quella circostanza il Pontefice San Pio V, dopo aver esortato i Principi cristiani alla difesa di una causa che era la causa di tutti, rivolse innanzi tutto ogni suo zelo ad ottenere che la potentissima Madre di Dio, invocata con le preghiere del Rosario, venisse in aiuto del popolo cristiano. E la risposta fu il meraviglioso spettacolo, allora offerto al cielo e alla terra, spettacolo che incatenò le menti e i cuori di tutti. Da una parte, infatti, i fedeli pronti a dare la vita e a versare il sangue per la salvezza della religione e della patria, aspettavano intrepidi il nemico non lontano dal golfo di Corinto; dall’altra, uomini inermi in pia e supplichevole schiera invocavano Maria, e con la formula del Rosario ripetutamente salutavano Maria, affinché assistesse i combattenti fino alla vittoria. E la Madonna, mossa da quelle preghiere, li assistette. Infatti, avendo la flotta dei cristiani attaccato battaglia presso le isole Curzolari, senza gravi perdite sbaragliò ed uccise i nemici [a Lepanto] e riportò una splendida vittoria. Per questo motivo il santissimo Pontefice, ad eternare il ricordo della grazia ottenuta, decretò che il giorno anniversario di quella grande battaglia fosse considerato festivo in onore di Maria Vincitrice, e tale festa Gregorio XIII consacrò poi col titolo del Rosario.

Parimenti sono note le vittorie riportate sulle forze dei Turchi, durante il secolo scorso, una volta presso Timisoara in Romania, e l’altra presso l’isola di Corfù, in due giorni dedicati alla grande Vergine e dopo molte preghiere a Lei offerte secondo il pio rito del Rosario. Questa fu la ragione che mosse il Nostro Predecessore Clemente XI a stabilire che, in attestato di riconoscenza, tutta la Chiesa celebrasse ogni anno la solennità del Rosario.

Pertanto, poiché risulta che questa preghiera è tanto cara alla Vergine, e tanto efficace per la difesa della Chiesa e del popolo cristiano, nonché per impetrare da Dio pubblici e privati benefici, non stupisce che anche altri Pontefici Nostri Predecessori si siano adoperati con parole di altissimo encomio per diffonderla. Così Urbano IV affermò che "per mezzo del Rosario pervengono nuove grazie al popolo cristiano". Sisto IV proclamò che questa forma di preghiera "torna opportuna, non solo a promuovere l’onore di Dio e della Vergine, ma anche ad allontanare i pericoli del mondo"; Leone X la disse "istituita contro gli eresiarchi e contro il serpeggiare delle eresie"; e Giulio III la chiamò "ornamento della Chiesa di Roma". Parimenti Pio V, parlando di questa preghiera, disse che "al suo diffondersi, i fedeli, infiammati da quelle meditazioni e infervorati da quelle preghiere, cominciarono d’un tratto a trasformarsi in altri uomini; le tenebre delle eresie cominciarono a dileguarsi, ed a manifestarsi più chiara la luce della fede cattolica". Infine, Gregorio XIII dichiarò che il "Rosario fu istituito da San Domenico per placare l’ira di Dio e per ottenere l’intercessione della Beata Vergine".

Mossi da queste considerazioni e dagli esempi dei Nostri Predecessori, riteniamo assai opportuno, nelle presenti circostanze, ordinare solenni preghiere affinché la Vergine augusta, invocata col santo Rosario, ci impetri da Gesù Cristo, Suo Figlio, aiuti pari ai bisogni.

Voi vedete, Venerabili Fratelli, le incessanti e gravi lotte che travagliano la Chiesa. La pietà cristiana, la pubblica moralità e la stessa fede – il più grande dei beni, e fondamento di tutte le altre virtù – sono esposte a pericoli sempre più gravi. Così pure Voi non solo conoscete la Nostra difficile situazione e le Vostre molteplici angustie, ma per la carità che a Noi sì strettamente Vi unisce, Voi le soffrite insieme con Noi. Ma il fatto più doloroso e più triste di tutti è che tante anime, redente dal sangue di Gesù Cristo, come afferrate dal turbine di questa età aberrante, vanno precipitando in un comportamento sempre peggiore, e piombano nell’eterna rovina.

Il bisogno dunque del divino aiuto non è certamente minore oggi di quando il glorioso San Domenico introdusse la pratica del Rosario Mariano per guarire le piaghe della società. Egli, illuminato dall’alto, vide chiaramente che contro i mali del suo tempo non esisteva rimedio più efficace che ricondurre gli uomini a Cristo, che è "via, verità e vita", mediante la frequente meditazione della Redenzione, ed interporre presso Dio l’intercessione di quella Vergine a cui fu concesso di "annientare tutte le eresie". Per questo motivo egli compose la formula del sacro Rosario in modo che fossero successivamente ricordati i misteri della nostra salvezza, e a questo dovere della meditazione s’intrecciasse un mistico serto di salutazioni angeliche, intercalate dalla preghiera a Dio, Padre del Nostro Signore Gesù Cristo. Noi dunque, che andiamo ricercando un uguale rimedio a simili mali, non dubitiamo che la stessa preghiera, introdotta dal santo Patriarca con così notevole vantaggio per il mondo cattolico, tornerà efficacissima nell’alleviare anche le calamità dei nostri tempi.

Per la qual cosa non solo esortiamo caldamente tutti i fedeli affinché, o in pubblico o in privato, ciascuno nella propria casa e famiglia, si studino di praticare la devozione del Rosario, senza mai tralasciarne l’uso, ma vogliamo altresì che l’intero mese d’ottobre del corrente anno sia dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario.

Decretiamo pertanto e comandiamo che in questo stesso anno la solennità della Madonna del Rosario sia celebrata con speciale devozione e splendore di culto in tutto il mondo cattolico, e che dal primo giorno del prossimo ottobre sino al due del successivo novembre in tutte le Chiese parrocchiali del mondo e, se gli Ordinari dei luoghi lo riterranno utile ed opportuno, anche in altre Chiese ed Oratori dedicati alla Madre di Dio, si recitino devotamente almeno cinque decine del Rosario, con l’aggiunta delle Litanie Lauretane. Desideriamo poi che quando il popolo si raccoglie per tali preghiere, o si offra il santo Sacrificio della Messa, oppure si esponga solennemente il Santissimo Sacramento, e alla fine s’impartisca ai presenti la Benedizione con l’Ostia sacrosanta.

Vivamente approviamo che le Confraternite del Rosario, seguendo un’antica tradizione, facciano solenni processioni per le vie delle città, a pubblica dimostrazione della loro fede. Ma dove, per l’avversità dei tempi, ciò non sia possibile, Noi non dubitiamo che quanto sarà tolto da questa parte al culto pubblico sarà compensato con una più numerosa frequenza ai sacri templi, e che il fervore della pietà si manifesterà con una più diligente pratica delle cristiane virtù.

A favore poi di coloro che faranno quanto sopra abbiamo ordinato, apriamo volentieri i celesti tesori della Chiesa, nei quali essi possano trovare al tempo stesso stimoli e premi alla loro pietà. Pertanto a coloro che, entro il tempo stabilito, parteciperanno alla pubblica recita del Rosario con le Litanie, e pregheranno secondo la Nostra intenzione, concediamo per ogni volta l’Indulgenza di sette anni e di sette quarantene. Vogliamo parimenti che di tale beneficio possano godere coloro che, impediti per legittima causa dal compiere il pio esercizio in pubblico, lo praticheranno in privato, e pregheranno anch’essi Iddio secondo la Nostra intenzione.

A coloro poi che, entro il suddetto tempo, per almeno dieci volte, compiranno la medesima pratica o in pubblico nelle Chiese, o, per giusti motivi, nelle loro case, concediamo l’Indulgenza plenaria, purché alla pia pratica congiungano la Confessione e la Comunione.

Questa Indulgenza plenaria delle loro colpe concediamo anche a quanti, nella stessa solennità della Beata Vergine del Rosario o in uno degli otto giorni successivi, si saranno parimenti accostati al tribunale della Penitenza ed alla mensa del Signore, ed in qualche Chiesa avranno pregato Dio e la Madonna seco la Nostra intenzione, per le necessità della santa Chiesa.

Orsù dunque, Venerabili Fratelli, per quanto avete a cuore l’onore di Maria e il benessere della società, studiatevi di alimentare la devozione e di accrescere la fiducia dei popoli verso la Grande Vergine. Noi pensiamo che sia da attribuire a divino favore il fatto che, anche in momenti tanto burrascosi per la Chiesa come questi, si siano mantenute salde e fiorenti nella maggior parte del popolo cristiano l’antica venerazione e la pietà verso la Vergine augusta. Ma ora Noi speriamo che, incitati da queste Nostre esortazioni ed infiammati dalle Vostre parole, i fedeli si metteranno con sempre più ardente entusiasmo sotto la protezione e l’assistenza di Maria, e continueranno ad amare con crescente fervore la pratica del Rosario, che i nostri padri solevano considerare non solo come un potente aiuto nelle calamità, ma anche come un nobile distintivo della cristiana pietà. La celeste Patrona del genere umano accoglierà benigna le umili e concordi preghiere, e agevolmente otterrà che i buoni si rinvigoriscano nella pratica della virtù; che gli erranti ritornino in sé e si ravvedano; e che Dio, vindice delle colpe, piegato a misericordiosa clemenza, allontani i pericoli e restituisca al popolo cristiano e alla società la tanto desiderata tranquillità.

Confortati da questa speranza, con i più accesi voti del Nostro cuore preghiamo vivamente Iddio, per l’intercessione di Colei in cui ha riposto la pienezza di ogni bene, affinché elargisca a Voi, Venerabili Fratelli, le più abbondanti grazie celesti, delle quali è auspicio e pegno l’Apostolica Benedizione che impartiamo di cuore a Voi, al Vostro Clero ed ai popoli affidati alle Vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’1 settembre 1883, anno sesto del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII



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mercoledì 8 ottobre 2025

Il Papa e la questione sulla Messa in latino. Non è questione di ideologia o politica, ma questione di verità e coerenza di fede!


Nelle settimane scorse la testata "Crux" ha pubblicato un'intervista al Santo Padre nella quale, fra le altre cose, si chiedeva come intende affrontare la questione delle divisioni liturgiche all'interno della Chiesa. L'intervistatrice metteva in luce il delicato problema della Liturgia preconciliare, argomento molto spinoso che però bisogna affrontare con serietà e onestà intellettuale.

Le risposte del Santo Padre però hanno destato qualche malumore, infatti il pontefice ha posto la questione su un piano ideologico e politico che non focalizza affatto il problema e tradisce un'ignoranza profonda della questione.

Primo dato fondamentale che deve essere analizzato per dirimere la questione è comprendere che l'affezione della maggior parte dei fedeli verso la liturgia tradizionale o tridentina che dir si voglia, non è assolutamente legata a questioni di carattere ideologico o politico, e nemmeno di preferenza estetica. Purtroppo nel panorama "tradizionalista" ci sono diversi approcci alla liturgia tradizionale e a tutto ciò che vi ruota intorno.

Fra le varie congregazioni religiose legate alla Messa antica, quasi tutte dichiarano, più o meno esplicitamente, che la loro è una scelta che risponde ad una "preferenza" rispetto alla nuova Messa, scelta che tradisce di fatto un riconoscimento di legittimità della nuova Messa. Una legittimità che viene esplicitamente espressa anche negli statuti di queste congregazioni. La differenza, secondo il loro punto di vista, è di carattere puramente "esteriore". La Messa tradizionale trasmette meglio il carattere del sacro, esprime meglio la fede cattolica, sottolinea il carattere verticale della liturgia, imprime più efficacemente nell'animo dei fedeli le verità della fede e quindi sarebbe da preferire. tutte queste cose sono vere, ma questo, sempre secondo il loro punto di vista, non significa che la nuova Messa sia malvagia, ma che ha nel suo insieme un carattere più debole, ma che in sostanza non si discosta dalla teologia cattolica. Questi istituti non prendono le distanze in maniera netta e chiara dal "novus ordo missae", lo considerano solo pastoralmente meno efficace rispetto al "vetus ordo missae", di conseguenza il primo lo si accetta a denti stretti senza nessuna condanna esplicita, mentre il secondo è da preferire. In questo contesto non si fatica assolutamente ad accettare il "mostrum canonicum" del rito romano in due forme, come anche non si ha difficoltà ad inserirsi in quell'espressione che sa di presa in giro di "ermeneutica della continuità"

Sta di fatto che la realtà è leggermente diversa, il vetus ordo missae è e deve continuare ad essere l'unica espressione legittima della "Lex Credendi", e questo lo dico (si badi bene) non per una presa di posizione o per una sterile ed effimera "ideologia", ma perché è ciò che volle papa S. Pio V quando promulgò il "Missale Romanum" con la bolla "quo primum tempore". S. Pio V volle fare un operazione di codificazione definitiva della "Lex Orandi" in maniera tale che tutto l'orbe cattolico (seppur con qualche minima eccezione), esprimesse per sempre la propria fede nel medesimo modo. Il concetto di base è: "la fede non cambia e quindi non cambia il modo di esprimerla". E' vero che ci sono altri riti diversi dal romano, alcuni anche molto antichi che coesistono insieme dall'epoca apostolica, ma la Chiesa è sempre stata molto attenta affinché tutti siano espressione della vera fede, infatti S. Pio V non abolì i riti antichi presenti nell'orbe cattolico ad eccezione di quelli che non godevano di più di 200 anni di storia.

La stessa cosa non può essere detta della nuova Messa, è un rito completamente nuovo e diverso dal precedente e per accorgersene basta confrontare i messali. La nuova Messa assomiglia più al rito protestante, al punto che nei primi tempi della sua promulgazione alcuni teologi luterani ebbero parole di apprezzamento del nuovo rito, affermando che per loro non ci sarebbe stata difficoltà nel parteciparvi. Ecco le parole di Roger Adolphe Mehl, teologo e sociologo protestante:

«Se si tiene conto dell'evoluzione decisiva della liturgia eucaristica cattolica, della possibilità di sostituire il Canone della messa con altre preghiere liturgiche, della cancellazione dell'idea secondo cui la messa costituirebbe un sacrificio, della possibilità di comunicarsi sotto le due specie, non ci sono più di ragioni per le Chiese della Riforma di vietare ai loro fedeli di prendere parte all'Eucarestia nella Chiesa romana»[1]

Non a caso i cardinali Bacci e Ottaviani definirono il "novus ordo missae" «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa»[2] Stando a quanto detto ora e a quanto già dimostrato più volte dalle pagine di questo blog, risulta chiaro che qualsiasi tentativo di cambiamento radicale della liturgia così come avvenuto nel Vaticano II, assume un carattere di illegittimità, oltre che di evidentissima inaccettabilità teologica, difronte la quale non possiamo voltarci dall'altra parte.

Ne risulta che la scelta di assistere alla S. Messa tridentina non deve essere spinta da motivi di carattere estetico, politico o ideologico, ma è una scelta di verità liturgica, storica, dottrinale, teologica e di coerenza di fede.

Risulta chiaro che questo discorso non può essere accettato se non si accetta che il vero problema sono le riforme conciliari che coinvolgono non solo la liturgia, ma tutti gli aspetti vitali della Chiesa che sono stati scalfiti da queste riforme. Il modo stesso di intendere la Chiesa e il suo ruolo nel mondo è uno dei punti nevralgici della riforma del Vaticano II. La liturgia "montiniana" esprime questo modo di intendere la Chiesa che è in contraddizione con ciò che la Chiesa è. La vera ideologia estranea alla Chiesa e dal quale bisogna prendere le distanze è proprio quella del Vaticano II e delle sue riforme, e il primo passo per fare questo non può che passare dal rifiuto categorico, netto e definitivo di un modo di intendere la Chiesa che non le appartiene.

Fin quando si continuerà a credere che il problema della Messa è una questione di sensibilità, di preferenze estetiche, di ideologie non ben definite e di appartenenze politiche, il problema non troverà mai soluzione, o meglio, le soluzioni applicate saranno sempre insufficienti e palliative, come se si volesse curare solo il dolore di una malattia senza ricorrere al medicinale che porta alla guarigione.


don Bastiano Del Grillo


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Note:

[1] Cfr. R. A. Mehl, «Catholiques et protestants peuvent-ils se retrouver dans la communion eucharistique»? («Cattolici e protestanti possono ritrovarsi nella comunione eucaristica»?), in Le Monde, del 10 settembre 1972, pag. 12.

[2] Cardinali Ottaviani e Bacci, Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ» Presentato al Pontefice Paolo VI, 5 Giugno 1969